Bobo Craxi

I primi ricordi nitidi della mia biografia milanista appartengono al decennio degli anni 70. Dopo una felice parentesi nazionale ed internazionale (il Milan riuscì in un triennio a conquistare lo scudetto, la Coppa delle Coppe e la Coppa dei Campioni grazie alla sapiente regia di Nereo Rocco e all’esplosione del fuoriclasse Rivera) si aprì una lunga stagione di delusioni, di secondi posti, di turbolenza societaria che soltanto vent’anni dopo si concluse con l’inizio dell’era berlusconiana. Ero pressoché un bambino, ma già avevo in tasca la tessera milanista. La mamma me la fece dei distinti, io invece la usavo per entrare e per poi salire le lunghe scale che ci portavano alla vetta dei popolari, sotto il tabellone, ogni domenica, con la pioggia, il vento o con la nebbia milanese.

A Portarmi a San Siro c’erano in alternativa il tram 15 oppure il dirimpettaio di casa, l’avvocato Brambilla, il nonno di Lorenzo Claris Appiani, il giovane avvocato milanese che recentemente ha trovato una morte violenta al centro dell’aula di giustizia di Milano per mano del suo assistito disperato. L’avvocato con la 124 parcheggiava distante dallo stadio, era un appassionato e lucido mentore della stagione dei GRE-NO-LI. Vivevamo commentandola una stagione di illusioni, secondi per tre stagioni consecutive, ad un passo dallo scudetto portatoci via in un pomeriggio di maggio in quella che continueremo per sempre a chiamare la “Fatal Verona”. Il Milan viveva di alti e bassi e Jannacci descriveva bene la disillusione del tifoso medio nella dolente “Vincenzina davanti alla fabbrica”. Le nostre speranze erano tutte riposte in Gianni Rivera, nel suo protagonismo dentro e fuori dal campo, polemico con gli arbitri e con i presidenti; a causa dei primi subì severe sanzioni che ci privarono del fuoriclasse nei momenti decisivi del campionato, con il presidente Buticchi arrivò ai ferri corti.


“O io o lui” era il diktat del capitano alessandrino. Albino Buticchi, un petroliere spezzino prestato al calcio, era stato in gioventù il fidanzato di una cara amica di famiglia. Ritirai dalle sue mani la tessera 1973-1974, l’anno nel quale ci disfacemmo di Pierino Prati ed acquistammo Ottavio Bianchi, l’anno della austerity in cui a San Siro si arrivava a piedi, l’anno nel quale al centro dell’attacco c’era Albertino Bigon, che concluse il campionato con un solo gol all’attivo segnato nell’ultima partita di campionato un inutile Milan-Bologna giocata nel giorno del Referendum sul divorzio. Indimenticabile fu la prima volta che calcai il terreno verde di San Siro dopo l’invasione pacifica dei tifosi che festeggiavano la fine di una ennesima stagione deludente. La tardiva stella della fine degli anni 70 lenì solo in parte le delusioni del decennio, finalmente quell’anno potei  ricucire la stella gialla dello scudetto alla bandiera rossonera di lana che mia madre mi regalò (“non si sa mai quando fa freddo la puoi usare come un plaid”) e che dovetti stracciare dopo la fatal Verona come si stracciano i gradi all’esercito sconfitto. Gli Anni 80 furono nella prima metà anni se possibile più ingloriosi degli anni 70. 

Se si potesse stampare una maglietta con una gloriosa scritta “io c’ero” indicherei la data del 7 novembre del 1982. Quel giorno a San Siro la Cavese ebbe ragione del Milan per 2-1, il campionato era quello di Serie B dove piombammo in doppia ripresa: una volta a causa degli illeciti sportivi commessi da giocatori in combutta con il presidente Colombo, la seconda quando rotolammo con le nostre gambe nella seconda divisione, subendo un’onta che ogni milanista che si rispetta non può per nessuna ragione dimenticare. Erano gli anni 80, a San Siro non andavo più con l’avvocato Brambilla e neanche con il tram. E per la verità, nonostante fossimo ritornati in A, ci andavo di meno.

Per questo non me lo feci dire due volte quando, con la bonomia che lo contraddistingue, Fedele Confalonieri mi disse che quell’anno (1984) l’azienda aveva comperato qualche tessera per i clienti; praticamente non le utilizzava mai nessuno e mi chiese se avessi avuto piacere di andare con loro la domenica. I 4 milanisti erano: il compianto Gigi Vesigna, Paolo Berlusconi (il fratello di Silvio), che guidava la macchina, Fidel ed il sottoscritto. Avevo compreso che stava iniziando la “lunga marcia”. Il Milan navigava a metà classifica anche per quanto riguarda la gestione aziendale, finita in mano ad un avventuriero del calcio nostrano, che pure in quel di Vicenza aveva raggiunto traguardi importanti, valorizzato talenti che scrissero pagine importanti del nostro fútbol per dirla con Giovanni Brera, un altra straordinaria personalità che mi fece l’onore di portarmi allo Stadio e seguire la partita al suo fianco…

[continua…]