Bobo Craxi

Gioänn Brera fuCarlo. Così il più autorevole dei giornalisti sportivi italiani si presentava al cospetto dei suoi lettori.

Sarcastico e colto fino all’inverosimile, aveva attraversato tutte le trasformazioni del calcio nazionale diventando una parte di esso. Il carattere lo spingeva più alla critica che all’elogio, ma quello che é certo è che Egli non apparteneva certo a quel genere di giornalisti prezzolati. Era quindi per la sua autonomia di giudizio sovente in contrasto con il resto della critica ed ingaggiava dei veri corpo a corpo con i giocatori, che riteneva sin troppo sostenuti dalla stampa compiacente. Al popolo milanista non andó mai giù il suo duello con Rivera, che chiamava con il sostantivo disprezzante “abatino” per l’indolenza con con la quale il Gianni nazionale rinunciava volentieri all’energico contrasto con i giocatori per preservare la sua composta eleganza. Brera aveva accettato, non senza resistenze, la candidatura socialista al Senato nel collegio dell’oltrepo Pavese, terra da cui proveniva. Non fu un’adesione legata al conformismo mainstream dell’epoca, quanto un omaggio alla famiglia di provenienza, di stirpe Turatiana.

Gianni Brera ai funerali del giornalista Beppe Viola

Saltando l’abituale appuntamento casalingo che mi vedeva aderire all’invito di Fidel Confalonieri, andai quella domenica di febbraio con Gianni Brera, la leggenda vivente. Passai dalla sua casa di via Canonica; salutò la moglie, proprio come nei libri di Simenon veniva descritta la scena dell’uscita di casa del commissario Maigret, e inforcammo una vecchia Fiat alla volta di San Siro. Seduti di fianco alla tribuna stampa, notai che Gianni Brera, omaggiato da molti suoi colleghi, non aveva nessuno degli strumenti del mestiere. Forse solo un piccolo taccuino. Osservava quel Milan-Sampdoria, con i rossoneri già in procinto di aderire al corso berlusconiano, con un fare a metà fra lo scettico e la annoiato. Al pareggio del Milan, che aveva recuperato i blucerchiati attorno al 25º della ripresa, si rivolse a me dicendo: “Andiamo, non c’è più nulla da vedere, finisce così”. Ero estasiato da questa sua perentorietà, da uomo che le aveva viste quasi tutte su quel terreno di gioco e che poteva permettersi un simile vaticinio. Ricordo che nella rubrica del martedì fui citato come suo compagno di ventura domenicale e la cosa mi inorgoglisce ancora.

Il Milan del 1985 di Farina sta per finire la sua corsa. Un Liedholm ormai arrivato al capolinea ed un organico non all’altezza fa galleggiare i rossoneri in un limbo da squadra di metà classifica (più o meno il destino odierno).

Nils Liedholm alla guida del Milan

La svolta avvenne una seratina di dicembre in una gara di coppa, quando i rossoneri vengono battuti dagli sconosciuti belgi del Waregem, Si materializza la contestazione, questa volta del pubblico della tribuna. Il più paziente, ma anche il più esigente. Uscendo dallo stadio assieme a Paolo Berlusconi i tifosi con rabbia e perentorietà lo aggrediscono: “Allora lo volete comperare o no questo Milan? Noi siamo stufi!”.

Farina aveva da tempo dato la sua disponibilità. Naturalmente cercava di prendere tempo e di alzare il prezzo come si fa in questi casi, facendosi spalleggiare da Torino, che non aveva nessuna intenzione di aprire le porte del calcio alla famiglia Berlusconi, forza emergente del capitalismo italiano. È inutile ricordare che gli ambienti politici della città, innanzitutto noi socialisti che avevamo un peso (soprattutto Craxi, perché il resto della nostra compagnia, sindaci compresi, era tutta interista e del destino dei rossoneri si interessava poco) sosteneva a spada tratta la cessione della società.

Farina non mangia il panettone, buona parte dei soci volta le spalle al vicentino ed apre la porta all’avventura  di Silvio Berlusconi, che il giorno in cui a Bergamo alla fine dell’anno si celebra Atalanta-Milan è già presidente in pectore, chiamato a gran voce dalla curva rossonera. Si tratta ora di concludere il campionato, dando già una prova di esistenza in vita e preannunciando acquisti di rilievo per la stagione successiva. La sera che verrà ricordata come la Cavalcata delle Valchirie, ovvero la discesa sul campo dell’arena di Milano degli elicotteri dei nuovi acquisti rossoneri (espugnando così un luogo storico dell’altra parte della città), rimarrà per sempre bene impressa nella mia memoria.

Berlusconi era entusiasta della propria geniale pensata. Aveva già conquistato l’attenzione del mondo calcistico italiano senza avere ancora fatto un tiro in porta.

Ma il bello doveva ancora venire…

[continua…]