Bobo Craxi

Berlusconi applica la strategia del business commerciale alla squadra di calcio. Fondamentale è riempire gli occhi e le orecchie di sogni e di speranze. L’imperativo categorico con il quale si presenta al cospetto di un popolo come quello milanista, provato da almeno due decenni di di illusioni e delusioni, ancora oggi ricorre alla mente di molti.”Voglio una squadra che sia padrona e sia fautrice di bel giuoco, in casa come in trasferta, in Italia come all’estero”

E così fu. Ma non é stata una passeggiata.

Gli elicotteri che scendono dal cielo sul prato dell’arena di Milano contengono nella loro pancia qualche nuovo eroe capace di far sognare i milanisti. In realtà il blocco centrale del Milan era quello che il vecchio Liddas aveva plasmato: un po’ di giovani della primavera cresciuti e addestrati (Baresi, Maldini, Evani, Filippo Galli), Mauro Tassotti, arrivato dalla Lazio con lunghi capelli ricci e privo di qualsiasi rudimento balistico, e giocatori esperti come Pietro Paolo Virdis e il compianto Agostino Di Bartolomei, così amato e rispettato dei rossoneri che ebbe anche l’onore della fascia da capitano. Le vedette di quell’anno si limitavano a qualche scarto veronese come Galderisi e alle giovani promesse Massaro e Donadoni, quest’ultimo strappato all’avvocato Agnelli.

L’inizio, come tutti gli inizi, fu un flop: sconfitta interna con l’Ascoli. E poi via via un trascinarsi durante tutto il campionato fra alti e bassi, nella consapevolezza che, persino nel calcio, un conto sono le teorie un altro sono le prassi. Berlusconi stava facendo scaldare “in panchina” Fabio Capello, che era affiliato al Milan e stava facendo un apprendistato manageriale all’interno dell’azienda televisiva. L’energico uomo friulano studiava tattiche e metodi di allenamento mutuando innanzitutto da altri sport le basi per ottenere attraverso sistemi complessi risultati anche nel calcio, che per sua natura non è uno sport “matematico”. L’ambizione di Berlusconi lo porto ad acquisire anche due squadre milanesi di altri sport: Rugby e Hockey su ghiaccio.

Capitava che alla domenica sera, dopo il pomeriggio calcistico, si facesse capolino alla partita del Milan di hockey e che Capello illustrasse con dovizia di particolari la fase difensiva dei giocatori, la rapidità degli scambi e la capacità di muoversi all’unisono, esattamente come le squadre ormai sono in condizione di fare. In verità studiava da allenatore della prima squadra e l’occasione si presentò quando si esaurì il rapporto con il vecchio allenatore svedese creatore di un gioco lezioso ma non sufficientemente in linea con l’idea dominante che era nella testa del presidente Berlusconi. Fabio riportó la squadra nelle coppe internazionali dopo un drammatico spareggio contro la Sampdoria a Torino, grazie ad un gol di Massaro, salvando la stagione.

Adriano Galliani e Arrigo Sacchi

In realtà l’asso nella manica di Berlusconi era quell’allenatore romagnolo che aveva battuto il Milan in Coppa Italia e che sembrava fosse sufficientemente visionario per interpretare alla lettera l’imperativo categorico di Berlusconi.

Inizia tra molte perplessità l’era Sacchi, nonostante la campagna acquisti si faccia scintillante con l’arrivo degli olandesi Ruud Gullit e Marco van Basten, quest’ultimo comperato dall’Ajax e circondato da voci malevole sullo stato della sua caviglia leggera. Voci che purtroppo ebbero conferma qualche anno più tardi.

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