Bobo Craxi

La mia avventura “al vertice ” della società rossonera finisce assieme al primo ciclo, con la sconfitta a Monaco contro uno sfavillante Olimpique di Marsiglia nella terza finale di Champions dell’era Berlusconi. Avevamo piegato la Steaua di Bucarest in un Camp Nou colmo di tifosi rossoneri, probabilmente l’esodo di popolo legale più importante degli ultimi trent’anni. Avevamo dominato il Real al Bernabeu, piegato il Bayern di Monaco con il goal decisivo del compianto Borgonovo, prima di sconfiggere con una rasoiata di Rijkaard il Benfica di Eriksson nella dolce primavera di Vienna. Il Milan dominava in lungo ed in largo creando anche qualche assuefazione fra i tifosi. Qualche anno più tardi una sconfitta in casa col Parma per mano di Asprilla, che fece finire un anno e mezzo di imbattibilità milanista, fu salutata da tutto San Siro con un grande applauso.

Era il 1993, infuriava la bufera di Mani Pulite, sedevo in consiglio con il figlio di Rizzoli, indimenticato presidente rossonero degli anni 50 e con Carlo Sama, uno dei protagonisti dell’affare Enimont. Senza farmelo dire da nessuno, ritenevo che fosse esaurita la mia funzione “politica” nel consiglio di amministrazione. Mi sembrava antiestetico rimanere in un luogo pubblico in un certo senso sacro ed espormi, in una fase nella quale ci stavano demolendo anche sul piano personale. Non mi dimisi da milanista, divenni un tifoso che guardava la sua squadra da lontano, anche da molto lontano. Certo, dalla Tunisia dovevo affidarmi alle televisioni internazionali che trasmettevano qualche partita di campionato dei rossoneri. Ma come dice il proverbio “se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto“. Mi diedi così da fare per organizzare una partita amichevole fra la locale squadra tunisina, plurivincitrice di titoli nazionali e di coppe africane, e il Milan.

Era il 1999, i rossoneri erano senza impegni internazionali e nella pausa natalizia facevano qualche puntata in Brianza. Ancora non era in voga andare a svernare nelle tiepide località del Golfo Persico ed affrontare amichevoli ben remunerate. Zaccheroni acconsentì che la squadra passasse una settimana in quel di Tunisi e Galliani fu assolutamente disponibile all’idea. La Capitale tunisina fu paralizzata da questo evento. Oltre quarantacinquemila spettatori assistettero al match, il popolo dell’Esperance de Tunis in piedi salutó George Weah, il più forte giocatore africano, tributandogli un grande applauso dopo un goal in serpentina. La pausa fece bene al Milan. Incominciò in quel mese di gennaio una rincorsa verso lo scudetto, che venne conquistato superando la Lazio che già lo aveva in tasca. Qualche tempo dopo Zaccheroni, incontrandomi in aeroporto, mi ringraziò, dicendo che quella pausa rigeneratrice fu fondamentale per la lunga marcia.

Alberto Zaccheroni festeggia lo Scudetto con George Weah

Fu per me un bel regalo. Due popoli uniti attorno al gioco più bello del mondo, nel segno dell’amicizia. Oggi sono un rossonero che vive a Roma e che può vedere la sua squadra giocare due volte all’anno. Le mie trasferte sono a Napoli, Firenze e quando sono in serie A a Frosinone e Pescara, Per fortuna c’e la tv, Milan TV, ci sono Suma e Pellegatti che ci tengono legati ai nostri colori. Certo, mi mancano Ramaccioni e De Michelis, il coach mentale dei ragazzi negli anni 90. Non c’è più Ariedo Braida, il fuoriclasse degli acquisti milanisti. Mi capita di incontrarlo sulla Diàgonal a Barcellona, dove vive mio figlio, e con lui rispolveriamo i ricordi. E ad Ariedo quando parla di Milan vengono i lucciconi… Umberto Gandini oggi è amministratore delegato della Roma, a bordo campo intravedo sempre l’ottimo Vittorio Mentana e finché dura rimarrà Adriano Galliani. Ma la pagina di Storia milanista nel segno di Silvio Berlusconi sta per essere voltata.

É un pezzo della nostra vita milanista che se ne va. Ma Sicuramente c’è un futuro rossonero che ci aspetta. Prepariamoci con fiducia e speranza.