Stefano Impallomeni

Ottant’anni vissuti profondamente, sempre con il sorriso e una leadership innata. E’ un compleanno speciale e allora festeggiamolo, senza veleno. Lasciamo da parte la politica e concentriamoci su altro, su quel mondo che ha amato quasi come la vita. Silvio Berlusconi, nel calcio, ha rappresentato un pezzo di storia eccezionale, simboleggiando una differenza difficilmente riscontrabile. È stato un grande imprenditore, un formidabile Presidente e un padre di famiglia affettuoso, ingombrante quanto basta. La sua, nel Milan, è stata una  differenza non soltanto di soldi, ma di competenza. Berlusconi ha capito  di calcio come pochi e soprattutto ha saputo individuare bene i suoi uomini, saperli scegliere.

Berlusconi ha rivoluzionato un linguaggio

Non è mai stato un uomo invidioso ed è sempre stato un ottimista di natura: due aspetti del carattere non irrilevanti, che l’hanno lanciato verso la leggenda. Nel 1986, quando iniziò la sua avventura, lo presero per un pazzo. Promise un Milan sul tetto del mondo, un club in grado di giocare bene e vincere dappertutto. Nessuno gli avrebbe dato una chance e invece capovolse il linguaggio calcistico, seppe imporsi con visioni illuminate e guizzi da fuoriclasse. Berlusconi ha lavorato tanto nella sua vita e non soltanto cazzeggiato come a qualcuno piace  sottolineare. I fatti, in quel periodo, hanno seguito spesso le parole dette. Ha investito, speso tanto, sfruttando il proprio fiuto e le proprie capacità. Di scelte ne ha fatte tante e ne ha sbagliate poche. Ognuna forte, indovinata nel tempo, fino al tramonto di una normalità che non gli è mai appartenuta. Le sue manie di grandezza hanno avuto ragione, l’ipertrofismo della sua personalità è stato unico: non un danno – come spesso avviene – ma un valore aggiunto. Ha creato una moda, un pensiero, un’azione differente dal passato. I suoi epigoni si sono rivelati fasulli, o almeno poco solidi nel lungo periodo. In molti hanno cercato, e invano, di imitarlo, ma nessuno di loro è mai riuscito ad avvicinarlo in termini di successi. Berlusconi è il primo firmatario di una vera e propria rivoluzione culturale, non incentrata esclusivamente sul danaro, senza cui però non si può prescindere. Ma i suoi meriti, le sue intuizioni sono innegabili.

Sacchi insegna tattica al suo Milan.

BERLUSCONI HA INVENTATO SACCHI E FATTO NASCERE CAPELLO
Si è inventato Sacchi, silurando un mito come Liedholm, ha fatto nascere Capello, allora allenatore della Primavera rossonera, lanciato senza remore nel grande palcoscenico. Ha tenuto la scena da grande condottiero, delegando e costruendo a sua immagine e somiglianza dirigenti eccellenti, Galliani su tutti. Ma ha avuto soprattutto un merito: quello di saper creare un senso di appartenenza unico. Una comunione di intenti, di fedeltà, di coesione che si è trasformata nella fatidica mentalità vincente. Una mentalità venuta dal basso, da una squadra di amici, l’EdilNord, in cui già si sperimentava in grande. Cairo, ora padrone di RCS e Presidente del Torino, che in quel team giocava ala destra, ha imparato da lì cosa significasse creare un gruppo, un’azienda, diventare uno straordinario manager. Da lui ha imparato cosa significasse immaginare un progetto, inseguire una vittoria, costruirla e ottenerla. Soltanto un esempio, questo, che racconta il personaggio, abilissimo  a rompere alcuni schemi e bravo a crearne altri. Berlusconi ha sparigliato vecchi dogmi, gestendo però con cuore e generosità. Le risorse umane sono state sempre un suo punto di riferimento, essenziale per non disperdere i soldi, per non tradire e per non farsi tradire. Concetti base formidabili che gli hanno consentito di realizzare tutto ciò che poche persone pensavano potesse realizzare.“Il talento sta nelle scelte”, disse una volta Robert De Niro parlando di Sergio Leone. Ecco, questa è la frase perfetta che lo descrive. Un uomo che nel calcio è stato capace di essere avanti a tutti, con almeno 10 anni d’anticipo. Un uomo che in 30 anni di Presidenza al Milan ha saputo conquistare il mondo con trionfi a ripetizione, vincendo quasi sempre grazie al “bel giuoco”, come lui stesso amava ripetere. Poi il declino inevitabile. Non soltanto per la carta d’identità, ma anche perché non ha voluto, o potuto, più scegliere.