Stefano Impallomeni

Simili, ma diversi. A Milano il doppio Ciak è servito. Borja Valero per l’Inter, Lucas Biglia per il Milan. Una B2 non di scorta per una serie A da sogno e una Champions da agguantare bene, senza ritardi colpevoli e vuoti pericolosi. Il regista torna in auge all’improvviso,  rappresentando la chiave di volta senza la quale l’accesso alla competitività rischia di essere un buco ristretto per delineare prospettive interessanti. Un regista 4.0, capace di coniugare il ruolo del passato con i tempi che corrono, è quel che serviva ai conventi di Milanello e Appiano Gentile. Milano si sveglia specchiandosi nelle rispettive esigenze. Che venga un bel bomber, un esterno, un difensore arcigno, ma vuoi mettere un bel regista, lì in mezzo, a costruire dighe, proporre idee, suggerire fraseggi, esaltare il gioco di un allenatore? In questo caso, possiamo essere d’accordo: che il regista sia il benvenuto, anzi il bentornato.

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Lucas Biglia, alla Lazio dal 2013

Prendendo come esempio gli ultimi anni e gli ultimi ruggiti vincenti era impensabile andare avanti con esperimenti più o meno improbabili. Registi si nasce, non si diventa, stili interpretativi a parte. Cambiasso o Pirlo, due campioni da tenere come parametro, sono stati i veri segreti di due squadre toste, equilibrate e molto produttive. A Milano, poi soltanto tentativi. Mezze promesse, delusioni piene. In nerazzurro Banega doveva essere il crack, Kondogbia pure. Tanti naufragi in mezzo al campo, tanti rimedi come l’equivoco Montolivo, una splendida mezzala contratta in una zona del campo in cui le prestazioni non hanno soddisfatto neanche il miglior ottimista. Sia l’Inter che il Milan, dunque, hanno un disperato bisogno di un perno, del “volante” che sappia far girare la giostra della manovra nel modo più adeguato possibile. Hanno bisogno di un bel bullone che stringa a sé talenti e ispirazioni individuali. Le campagne acquisti non si fanno con le figurine, ma con senno e ricoprendo i ruoli strategici, fondamentali come quello del regista.

C’è poco da fare, il regista serve eccome. Il direttore d’orchestra è indispensabile. È lui che garantisce tutto o niente. L’uomo della differenza, che può essere in un senso o nell’altro. Dal regista dipende il comportamento giusto di una squadra. Borja Valero, però è un atipico. È un buon portatore di palla e non sempre potrà farlo quando è d’obbligo una trasmissione di palla lineare, veloce e forte. Spalletti garantisce: può essere il suo regista, il regista della nuova Inter che sta preparando colpi sensazionali. Eppure conviviamo con qualche dubbio. Alla Viola Borja Valero è sembrato essere un po ‘ troppo un indipendentista del ruolo. Un multitasking a volte confusionario e fuori dalle giocate importanti. Vedremo cosa uscirà fuori. L’ex Fiorentina è innegabilmente un professionista esemplare sebbene il meglio di sé lo abbia già dato, al pari di Biglia, che invece predilige giocare più vicino alla difesa che non all’attacco. Montella avrà, però, il suo geometra esperto: non solo idee in  mezzo al campo, ma anche un buon piede ispirato e una bella testa in grado di  indirizzare un progetto di squadra che al momento, al di là degli acquisti fatti o prossimi venturi, ancora non è definito. Il resto è ancora un cantiere. 

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Borja Valero, 32 anni

È il momento di girare, del ciak. E di altri fini dicitori, per carità, soprattutto all’Inter meglio non averne. I mezzi dieci non fanno più la somma giusta, anzi sottraggono forze e strategie. I talentoni, se non sfondano, scaricano dubbi giganteschi, nuvole fantozziane e disastri tattici difficilmente rimediabili nel breve periodo. O sono top, moderni, efficaci, predisposti al sacrificio, oppure rischiano di mandare all’aria se stessi e un’identità di squadra. Governare talenti ribelli e sensibili è sempre stato il lavoro più arduo per un allenatore. E anche un lavoraccio per i registi, che ora a Milano servono più dei fantasisti e dei nomi eclatanti e più gettonati.