Bobo Craxi

Se tutto va bene e secondo le previsioni, il 14 aprile di quest’anno si chiuderà definitivamente non soltanto l’era Berlusconi alla guida del Milan ma un’altra pagina del capitalismo italiano, che passa in mano straniere. Il calcio come la moda, come le auto, come i biscotti e i profumi, come le navi e le compagnie aeree, non riesce a reggere l’interdipendenza delle economia globale ed è costretto a ricercare nella finanza internazionale le possibilità della propria esistenza. 

closing milan scenari

Silvio Berlusconi accanto a un giovanissimo Adriano Galliani.

Molto si è detto e scritto dell’epopea berlusconiana, del tasso di innovazione decisivo che ha impresso al calcio italiano operando a metà degli anni 80 una vera e propria svolta nella filosofia commerciale delle squadre di serie A sapendosi avvicinare sempre di più all’idea dello sport come business, come spettacolo modificando i valori primitivi che facevano prevalere l’elemento tecnico sportivo, una certa idea nostalgica della maglia, della bandiera e della fede calcistica come attaccamento alle proprie radici, al proprio campanile. Il Milan d’altronde è stato per un lungo periodo nella sua storia ai margini persino della competizione cittadina con l’Ambrosiana-Inter. Dalla fine degli anni 10 fino agli anni 50, esclusa la parentesi bellica, il Milan fu una squadra di bassa classifica. Fu soltanto grazie alla presidenza Rizzoli, ovvero una delle grandi famiglie milanesi che fecero fortuna nel dopo guerra, che i rossoneri conobbero stagioni di vittorie e di traguardi, e furono i primi ad avere la stessa squadra tre giocatori di medesima provenienza nazionale, gli svedesi Gren, Nordhal e Liedholm (il celeberrimo Gre-No-Li).

La nuova sede di Casa Milan a Milano.

Dopo la felice parentesi degli anni 60 quando per la prima volta venne alzata  una coppa dei campioni (contro il Benfica del quotato Eusebio), il Milan conobbe l’onta della squalifica e della doppia retrocessione in serie B. Fu da queste macerie che Berlusconi ricostruì nel periodo forse più fiorente del Nord industrializzato, quello degli anni 80, la gloriosa squadra rossonera arrivando a raggiungere mete impensabili, scudetti, coppe dei campioni, coppe del mondo, supercoppe. Giocatori conclamati da tutta Europa e di tutto il mondo facevano a gara per poter scendere nel catino dello stadio più invidiato della terra: San Siro. Come tutte le favole presto o tardi qualcuno avrebbe decretato la fine, l’angosciosa condizione politico giudiziaria dell’uomo Berlusconi, i primi scricchiolii dell’azienda madre non più monopolista nel settore dell’intrattenimento televisivo privato, una complicata situazione familiare hanno reso per il presidente il Milan non più la priorità a cui dedicare la maggior parte del suo tempo, l’aspetto più creativo della sua personalità, d’altronde l’ambizione è stata sostituita da una certa assuefazione. E la concorrenza anche nel settore sportivo si è fatta più spietata, i costi a mano a mano sono diventati proibitivi anche per un uomo sempre in vetta nelle classifiche dei più ricchi del pianeta. Ora la squadra di Milano quella dei cacciavit, ovvero degli operai, delle classi più povere, quella guardata con distacco dai ricchi del centrocittà che prediligevano l’Ambrosiana, finisce nelle mani di un cinese, un certo Mister Li, che la compra con alle spalle quel fondo americano che ha strangolato per anni la nazione Argentina, uno strano destino al quale naturalmente dovremmo farci l’abitudine. Al tifoso milanista resta naturalmente la consolazione di immaginare, di pensare che i presidenti se ne vanno ma la maglia e i colori restano e sono il feticcio ed il simulacro di qualche cosa di più di una semplice squadra di calcio. Dicono bene a Barcellona “Mès que un Club”. I blaugrana sono più di una squadra, in un certo senso anche il Milan e l’Inter rappresentano nell’immaginario collettivo una città ed i suoi valori secolari, siamo tutti convinti che questa onda cinese non li farà scomparire.