Massimo Piscedda
Il calcio è cambiato?  Negli ultimi 10 anni abbiamo assistito ad una metamorfosi che alcuni ritengono preoccupante e altri  solo un ciclo, magari non positivo, che sarà prima o poi superato. Non saprei esattamente dire quale sia la verità, certo è che niente è migliorato rispetto al passato anzi,  credo che ci sia stata una palese involuzione.  La ricerca del talento si è fermata a 20 anni fa:  la supremazia della tattica ha sostituito l’esaltazione della qualità tecnica.

“Non ci dovete stupire con effetti speciali”

Alcuni calciatori hanno dovuto modificarsi nel modo di giocare in virtù del credo calcistico delle due fasi. Le ali sono diventate terzini; le mezze-ali esterni con il compito di marcare gli eventuali inserimenti degli avversari; le due punte non le schiera più nessuno e quando in campo ne va  una, lo fa spalle alla porta giocando di scarico. Ci sono partite in cui ti esalti per un dribbling ben fatto ma solo perché rappresenta una vera rarità. Insomma rispetto a venti o trenta anni fa, si può dire che molto è cambiato e non in meglio. La tentazione di voler a tutti costi stupire ha portato generazioni di  allenatori, dirigenti e  presidenti a complicare tutto quello che dovrebbe essere semplice.
Il calcio è un gioco dove l’essenza è sempre l’uno contro uno. Da lì crei superiorità numerica, da lì sviluppi tutto ciò che serve per arrivare all’obiettivo: fare gol. Non mi stupisco se calciatori di valore medio oggi arrivano in Nazionale o se  i cosiddetti “funzionali” sono preferiti ai talenti.  D’altronde riconoscere un talento non è semplice e per valorizzarlo ci vuole  molto tempo: lo devi individuare, far crescere e sviluppare in quelle che sono le sue semplici caratteristiche,  senza pensare a modificarlo in virtù di un calcio che è stato cambiato da chi  pensa che coltivare talenti e investire nei settori giovanili sia solo una perdita di tempo. Meditate presidenti, meditate…