Francesco Paolo Traisci

In quest’estate rovente abbiamo assistito ad un calciomercato scoppiettante, sia per le cifre spese da alcuni club per assicurarsi le prestazioni di alcune delle più note star del panorama mondiale, sia per la esasperazione dei toni in alcune di queste trattative, con minacce più o meno velate di uno o di entrambi i contendenti di trascinare l’altro davanti ad un giudice (sportivo, civile ed addirittura penale, in alcuni casi).

Diciamolo subito: nel nostro paese soprattutto quando si minaccia qualcuno di portarlo in un aula di giustizia, non sempre (anzi raramente) si vuole veramente iniziare un contenzioso che, spesso dura anni e richiede tempo ed energie. La maggior parte delle volte chi fa la voce grossa invia un messaggio alla controparte indicandole che ha in mano argomenti tali da poterla costringere ad una resa completa, ma che, per ragioni di celerità e ragionevolezza, potrebbe accontentarsi di un accordo, di una soluzione concordata che consenta alle parti di venirsi incontro a metà strada. Nel frattempo, fra un messaggio ed un altro, le parti si assestano e come due bravi generali mettono in campo le rispettive forze cercando di conquistare posizioni di vantaggio. Ecco ciò che avviene normalmente secondo la mia esperienza di avvocato ed il mondo del calcio attuale non fa eccezione.

Mai come quest’anno stiamo assistendo a schermaglie verbali fra procuratori e dirigenti con toni sempre più accesi, accesi a tal punto da coinvolgere addirittura le condizioni fisiche e mentali degli stessi calciatori. Si, la vera novità di questo calciomercato sono le certificazioni mediche, spuntate ultimamente per giustificare la mancata risposta di alcuni di essi alla convocazione della propria società di appartenenza.

Ma perché si è arrivati a tanto; e, soprattutto, dove andremo a finire?

Ma procediamo con ordine…

Come tutti sappiamo ormai bene, in seguito alla famosa legge 91 del 1981, un giocatore professionista si lega ad una società con la sottoscrizione di un contratto in virtù del quale si impegna a svolgere la propria attività sportiva esclusivamente a favore della società che lo ha tesserato. Si tratta di un contratto tipo con pochi margini per la libertà contrattuale delle parti: fra le (poche) cose rimesse alla loro libera negoziazione l’ammontare della retribuzione del giocatore e la durata dell’impegno. Fra le particolarità introdotte dalla legge quella che il contratto può essere sì liberamente ceduto dalla società ad altra società, ma solo previo il consenso del calciatore, che può quindi rifiutare la cessione, qualora non raggiunga con la nuova società un accordo che lo soddisfi. Il prezzo del trasferimento è visto quindi come un indennizzo per la mancata utilizzazione delle prestazioni del calciatore negli anni che rimangono del contratto; per questo motivo, che più sono gli anni di contratto rimanenti più sarà alto il prezzo del cartellino del giocatore. D’altra parte, tuttavia, il calciatore sotto contratto non è assolutamente libero di trasferirsi ad una nuova società senza il consenso di quella per la quale è in costanza di tesseramento. Quindi, in definitiva, i trasferimenti debbono trovare d’accordo tutte e tre le parti. A meno che, all’interno del contratto in essere fra il giocatore e la società non fosse stata inserita quella che comunemente (ed erroneamente) viene chiamata “clausola rescissoria” (ma che dovrebbe essere chiamata clausola di recesso), in cui la contropartita per la rinuncia alle prestazioni del calciatore è già quantificata, senza che il club titolare del cartellino possa opporsi al trasferimento. Ma questa è un’altra storia…

Partiamo però dall’ipotesi che non vi sia alcuna clausola di recesso: il club per cedere il calciatore deve avere il suo consenso. Può però capitare che il calciatore però non vuole prestare il suo consenso perché in qualche modo ha saputo che un altro club gli potrebbe fare un’offerta più vantaggiosa. Lo ha saputo ma non può dirlo ufficialmente perché, come scritto in precedenza, sono vietati i contatti fra società e calciatori tesserati per altre società che non siano in scadenza di contratto (solo a partire dal 31 gennaio alle società è possibile contattare i calciatore che andranno a scadenza nel giugno successivo), senza il previo consenso della società per il quale è tesserato. Sarebbe vietato ma lo fanno tutti …

Mai come quest’anno assistiamo a questi tira e molla fra club che vogliono trasferire un calciatore ad un club che gli paga bene il costo del suo cartellino e calciatori che vogliono andare a giocare in un diverso club che invece paga bene il loro ingaggio (e, evidentemente, meno bene l’ingaggio del calciatore). Mai come quest’anno assistiamo a un braccio di ferro fra le parti con toni sempre più accesi e colpi sempre più estremi.

Se lo strumento in mano alle società per forzare la mano al giocatore è quello dell’esclusione dalle gare (motivandola con la classica scusa della scelta tecnica) astuti procuratori hanno ben pensato di suggerire ai propri assistiti un nuovo strumento di pressione nei confronti della propria società rea di non volerli cedere al club con il quale hanno raggiunto un accordo più vantaggioso (ma occulto perché essendo sotto contratto non possono certo dichiararlo): quello di nascondersi in luoghi più o meno remoti e di non rispondere alla convocazione della società per allenamenti e preparazione precampionato.

Ma attenzione! Se in passato si insisteva sul diritto del giocatore ad allenarsi con la squadra, sancito dall’art. 7.1. dell’accordo collettivo fra AIC e Lega nella sua versione attualmente in vigore, evitando così a quei giocatori posti in esubero dalle rispettive società l’emarginazione e l’impossibilità di mantenersi fisicamente idonei allo svolgimento delle prestazioni sportive, oggi possiamo vedere anche l’altra faccia della medaglia: il dovere di allenarsi e di rispondere alle convocazioni della società per la preparazione precampionato e per gli allenamenti, stabilito con uguale forza dal successivo art. 7.2. La regola è appunto quella che “salvo casi di malattia o infortunio accertati, il calciatore deve partecipare a tutti gli allenamenti nelle ore e nei luoghi fissati dalla società”. Il calciatore che viene meno ai suoi obblighi può infatti incorrere nelle sanzioni previste dall’art. 11, che contempla sanzioni che vanno dall’ammonizione, alla multa (fino ad un quarto della retribuzione lorda mensile) alla decurtazione della retribuzione, fino alla esclusione temporanea dagli allenamenti ed alla risoluzione del contratto. E dunque, per evitare multe e riduzioni dello stipendio, il giocatore che non partecipa di sua volontà alla preparazione precampionato ed agli allenamenti deve dimostrare di essere malato. Ecco quindi spuntare i famosi certificati medici, attestanti malattie che poco hanno a che fare con la condizione fisica dell’atleta e dalle quali si può guarire senza che rimangano segni sul fisico: quello di sindromi depressive, che, con buona pace di coloro che veramente ne soffrono, paiono ultimamente mietere vittime fra i calciatori in attività…

Ma siamo sicuri che tutto questo serva veramente? E soprattutto che possa durare per tutta la stagione? Non credo proprio: il calciatore per poter svolgere al meglio la propria attività deve allenarsi costantemente. Senza un’adeguata condizione fisica, è lui che ci perde, tanto che, quello ad allenarsi ed a svolgere la preparazione è sempre stato considerato un suo sacrosanto diritto. Siamo poi sicuri, poi che la società, che già ha deciso di non impiegare il giocatore nelle gare ufficiali, soffra perché questo non si allena con i compagni?

Certo non può realizzare quanto sperato dalla cessione del suo cartellino. Ma qualora ritenesse inadeguata l’offerta della società di gradimento del calciatore, quello di non vederlo allenare con i suoi compagni, può essere visto come un problema in meno: quello di mettergli a disposizione strutture e personale per farlo allenare (senza dimenticare che, qualora dovessero venir meno i certificati medici, potrebbe anche multarlo o ridurgli lo stipendio)! Peraltro, in molti casi, non sempre il tempo gioca a favore del calciatore che, in molti casi, non essendo in condizione di allenarsi non può prendere parte nemmeno alle gare che potrebbe essere chiamato a disputare (per esempio quelle della propria nazionale)!

Un muro contro muro; una lotta di nervi. Ma quello del certificato medico per giustificare la mancata presenza agli allenamenti è senza dubbio il segnale chiaro ed inequivocabile di chi non vuol più far parte di un gruppo. Ma quello che nasce come un gesto estremo può rivelarsi un boomerang: come quello del marito che, per far dispetto alla moglie si taglia gli attributi…

Ed allora? Le strade sono varie: fra la rottura definitiva con il giocatore che arriva lentamente alla scadenza del contratto, eventualmente tornando ad allenarsi con i compagni ma accettando di non disputare le gare ufficiali, da un lato, e la reintegra in rosa del calciatore con relativo prolungamento del contratto, dall’altro, vi è la cessione ad un club che accontenti (seppur non completamente) ciascuna tanto il club quanto il calciatore. In medio stat virtus: e siamo sicuri che la maggior parte delle volte è così che va!