Oliviero Beha

La notizia non è certo quella che in Lazio-Atalanta siano stati espulsi i due allenatori, prima Inzaghi e poi Gasperini, oppure le parolacce impunite di Allegri al quarto uomo… l’anneddotica è ricca da sempre di episodi del genere. Anzi, a ricercare bene in passato oltre ai tecnici sono stati espulsi altri componenti della panchina, magari qualche volta addirittura tutti. Il che farebbe pensare che come quella dei calciatori la cacciata degli allenatori sia una specie di classico, sia pure non proprio abituale. O non ancora.

Rosso a calciatore e allenatore: differenze

Andando a frugare nella memoria, personale o artificiale che sia, ho ritrovato anche il serafico Ranieri del Leicester mandato via durante l’intervallo quando guidava l’Inter, un lustro fa. E invece in Inghilterra, lui che era considerato buono per la panchina, sì, ma dei giardinetti almeno a sentire i Mourinho del caso, ha compiuto un’impresa che rimarrà scolpita fondando l’incredibile campionato del Leicester sul suo impatto pugnace trasmesso ai giocatori ma insieme sulla sua calma nel governarli. Qual è dunque il nocciolo del discorso, la differenza tra un calciatore e un tecnico nella meccanica dell’espulsione ? Che il primo non ce l’ha necessariamente con l’arbitro, commette falli da ammonizione o da rosso diretto per motivi di stretto agonismo, di tempistica sbagliata, di grossolanità tecnica ecc. E naturalmente ce l’ha a volte con l’arbitro che lo sanziona completando l’opera. Il Mister invece viene cacciato perché rinfaccia all’arbitro o ai suoi aiutanti qualcosa, uscendo dai limiti della decenza verbale e/o gestuale come da quelli definiti dall’ormai chiacchieratissima area tecnica. Dunque l’allenatore espulso, qualunque cosa dica dopo, sfogandosi (raramente, e a mezza bocca) o minimizzando molto più spesso, in realtà ce l’ha con il sistema.

Non lo dirà mai (la fine che ha fatto Zeman è sintomatica), ma certamente sa come va il (mondo del) calcio, sa quanto è guasto, di solito ci ha passato la vita come giocatore ma come in una recita di pura psicanalisi una volta in panchina (e sempre di fronte ai media) deve rimuovere tutto ciò. Deve accettarlo, altrimenti non potrebbe fare questo lavoro. Si obietterà: vale anche per il giocatore. Forse, ma in tutt’altro modo, per una questione di età e soprattutto perché sta giocando: sotto pressione in un business che arricchisce ed opprime insieme i suoi attori, ma sempre giocando e non pensando ad altro. Se lo facesse, un tecnico normale lo capirebbe al volo e lo sostituirebbe. Invece chi sta in panchina, così lontana da quella placida dei giardinetti, deve tenere a bada tutto quello che sa sulla malagestione del pallone, sulle nequizie del potere, sulle pantomime arbitrali, sui privilegi, le prepotenze, gli errori difficilmente distinguibili a volte se nella buona o nella cattiva fede ecc.

cartellino rosso allenatore

SERIE A: COME SCOTTA QUELLA PANCHINA
Apparentemente ce la può avere con i suoi, che non seguono le istruzioni o semplicemente giocano male. Ma è spiegazione parziale. In realtà la panchina scotta come un divano psicanalitico che prende fuoco. Arriva il momento che quello che ogni allenatore sa di come funziona il sistema rotondocratico non può più essere rimosso. Lui che fingeva di ignorarlo con se stesso non si trattiene, sbotta di fronte a uno psicanalista che fisicamente non c’è, ma che è lui stesso, ciò che sa ed ha vissuto. E’ insomma come se si autoespellesse, non resistendo più a quella che in realtà vive come conferma di un’ipocrisia, di un non-detto risaputo da tutti, qualche volta perfino dai tifosi. Oppure bisogna diventare saggi per l’età e il temperamento, come Claudio Ranieri, che dribblando quella dei giardinetti ha lasciato la panchina/divano del paziente per indossare i panni del medico.