Stefano Impallomeni

Spalletti lo aveva anticipato, quasi ufficializzato. Gerson al Lille può saltare. Poche ore dopo detto e fatto. Il brasiliano frantuma un’operazione potenziale in entrata di 18 milioni di euro, più o meno, tra prestito oneroso ed eventuale diritto di riscatto. Gerson – dicono i ben informati – non era convinto della destinazione. Fin da subito. L’entourage, come si dice in questi casi, avrebbe appoggiato la sua volontà. Il viaggio in Francia è valsa una finta.

Gerson: sarà utile alla Roma?

Alla Roma – dicono sempre i ben informati – non l’hanno presa bene. I tifosi non scoppiano di gioia. Quasi indifferenti. Se c’è o non c’è per loro è uguale. Gerson, pagato quasi gli stessi soldi in estate da Walter Sabatini e preso dalla Fluminense, avrebbe dovuto illuminare con effetti speciali dalle parti di Trigoria e non solo. Avrebbe dovuto e, forse, non potuto, considerati i limiti mostrati in un campionato duro come quello italiano. Per alcuni Gerson è ancora un mistero irrisolto. Per altri una toppa fragorosa. Sicuramente è, però, un caso e un giocatore chissà quanto utile, considerando anche l’arrivo di Grenier. Un caso strano da capire e da risolvere. Il brasiliano è giovane ma non sembra avere un furore distinguibile. Il repertorio non è significativo. Utilizza prevalentemente un piede, il sinistro, è lentino, ha una discreta visione di gioco, una tecnica normalissima e per questo calcio non è pronto neanche per essere un’alternativa. Tatticamente è tutto da fare, da mettere in moto, da formare. È insomma “bravino”, per dirla alla Spalletti, “bellino” ma mai convincente come ce l’hanno descritto e come avrebbe dovuto essere. Gerson, probabilmente, sogna ancora di diventare un campione.

UN CAMPIONE OPPURE NO?
Legittimo e doveroso pensarlo. La storia, però , attualmente ci racconta altro. E lo identifica con la madre di tutte le sconfitte. Non per colpa sua, si gioca in 11, ma per un destino che a volte ti pesa un valore, ti consiglia a non costruire sogni e ti suggerisce la migliore fuga per uno sviluppo differente. Non sappiamo se Gerson diventerà quel che sogna. Glielo auguriamo, ma la scelta di rifiutare il Lille, che sia per l’ingaggio o perché vuole sfondare a Roma, non è stata illuminante. Come quella di non andare nella generosa Frosinone in estate. Nell’immaginario collettivo giallorosso Gerson resta l’uomo in meno e non l’uomo mercato estivo, strappato, si dice (sarà vero?), alla concorrenza del Barcellona. Gerson, suo malgrado, è tutt’altro; legato maledettamente a una partita. Quella di Torino. Per i tifosi è lui il manifesto sfortunato della sfida cruciale dello Juventus Stadium. L’occasione della vita, da titolare, per dimostrare qualcosa. La Roma perde, ma quasi tutti sono convinti che abbia perso perché c’era lui in campo. Contro ogni logica, fuori da un mondo che deve conoscere bene, fuori da un ruolo non suo, fuori da una valutazione e un’autovalutazione errate. Gerson resta per sfidare se stesso e dimostrare quel che si sente di essere. Pensa di essere già forte, ma le cose non sono esattamente così.