Oliviero Beha

Apparentemente non ci sarebbe molto da aggiungere alla vicenda Icardi, (“una vicenda che non fa bene allo sport” secondo la vulgata inerte e pure un po’ ipocrita dei colleghi, che ci sguazzano) che da giorni riempie i media: un ragazzotto di talento ma sventato, che dopo aver sovrapposto alla sua immagine di goleador (è bravo davvero) quella di trombador della ex moglie di Maxi Lopez, se ne esce a 23 anni con un’autobiografia che infiamma contro di lui la Curva Nord nerazzurra. Non sto qui a sottilizzare sulla storia della sua vita a 23 anni, anche Rimbaud ha aspettato di più, né sul fatto che quel libro si vende mentre le librerie annaspano, smerciando quasi esclusivamente gialli o “casi letterari” che di letterario spesso non hanno nulla. Né mi pare significativo il merito, lui che minaccia di “convocare dei gauchos delinquenti dall’Argentina” per fronteggiare gli ultras schierati contro di lui: sai che sceneggiata, sarebbe solo quello che avviene nei sobborghi delle città oltreoceano come delle nostre quotidianamente…!

icardi maxi lopez
Credo invece che mai come in questo caso il clamore di Maurito, capitano (ma perché? C’era bisogno del libro per dubitare di una scelta simile?) contestato da una parte della tifoseria e multato dal club, debba far riflettere su ciò che abbiamo sotto gli occhi da tempo: il calcio giocato sta evaporando e tutto l’indotto lo sta costringendo a uscire dal terreno di gioco una volta “per destinazione” (nostalgia di Sandro Ciotti…). Detto in modo semplice, lo spettacolo in campo non regge più o non regge abbastanza come fondamento dell’intero business e l’ambiente e i suoi padroni sono spinti a usarlo sempre meno come motore di ogni cosa e sempre più come pretesto per tutto ciò che lo circonda. Un alone, insomma; che non è nuovo, attenzione: chi ci è invecchiato sopra ricorda benissimo l’Angelillo Antonio Valentin interista di Helenio Herrera, mezzo secolo fa, con i suoi mille gol e gli arrivi al campo in abito da sera dopo notti insonni con le Wanda Nara dell’epoca. Se ne parlava eccome, ma in modo differente: perché da un lato era impossibile non parlarne, dall’altro veniva vissuto come un’aggressione alla sacralità del pallone e dei suoi miti, subito ricomposta sul “rettangolo verde” dai gol. Oggi la clessidra si è capovolta. I gol, le partite, la classifica sono sempre più un intermezzo tra un episodio e un altro che nascono comunque dal calcio ma ne sfruttano la risonanza e l’indotto espandendosi nel costume e polverizzando la passione/affare di partenza. E a quanto pare andrebbe a tutti bene così, anche se gli stadi per lo più si svuotano e le pay tv ricorrono a qualunque sistema per vendere il prodotto. Che non è più “Icardi che segna” ma “Icardi, quello che segna, che è in lite con i tifosi”. A me personalmente sembra una china infausta, che fa degenerare il costume e impallidire la qualità intrinseca e la “ludicità” del pallone. Ma magari è una mia (tele)visione senile… no?