Stefano Impallomeni

Cassano è fuori rosa. Ed è fuori dal calcio conta. A 34 anni scopre l’inutilità del suo ineffabile talento. Il barese si sfoga e resta a Genova anche da indesiderato. Ferrero non lo vuole, ma la Sampdoria è nel suo cuore. Di andare via, per ora, non se ne parla. Lo sfogo non è inedito. Non è la prima volta che Cassano si ritrova in situazioni complicate e controverse. Le cassanate hanno fatto storia, contraddistinto la sua carriera che, senza le quali, avrebbe potuto essere più luminosa. Cassano, in questa circostanza, ha delle ragioni da rivendicare. È stato considerato l’ottavo attaccante a disposizione, dopo Bonazzoli. E la comunicazione nei suoi confronti è stata ambigua, perlopiù a mezzo stampa, senza un confronto diretto. Un po’ pretestuosa e forzata la valutazione del club genovese che non lo vuole più tra i piedi. Al di là di questi aspetti, in cui l’ipocrisia sovrasta e regna sovrana, Cassano non può terminare il suo percorso calcistico in questo modo, perché di gente come lui in Italia ne abbiamo vista poca negli ultimi 30 anni.

Un talento che ha sfiorato quello di altri grandi

Cassano, a mio parere, ha sfiorato il valore di Baggio. Non forte come lui, ma senza dubbio straordinario nel vedere, costruire e rifinire l’azione. I gol, le punizioni, il carattere, i club e un senso maggiore dell’area hanno fatto la differenza. Baggio gli è stato naturalmente superiore. Cassano, invece, ha pagato a caro prezzo un’indolenza cronica. È un tipo terribilmente pigro, che si è accontentato delle sue qualità. Il problema del barese è molto più semplice di quanto ci si possa immaginare. A Cassano è mancata la voglia, la costanza, la fatica per migliorarsi negli allenamenti. Di capire altre questioni del campo. Ha sempre creduto che potesse bastare il suo repertorio. Non si è voluto aggiornare in un calcio più fisico e fatto di corsa e resistenza. Ha sempre ricercato un rapporto franco, leale e diretto con i suoi allenatori o presidenti. Quando ha avuto feeling, ha sempre reso, determinato, deciso quasi da solo le stagioni nei club di appartenenza. Garrone alla Samp, Capello alla Roma, Fascetti al Bari e Prandelli in Nazionale, per citare gli esempi più eclatanti, gli hanno voluto bene. Lo hanno fatto sentire unico, indispensabile e indipendente. Anche se magari non lo era davvero.


Cassano ha bisogno di affetto e di stima per rendere al meglio. Tutto qui. Se avverte attenzione e fiducia, un sentimento, ti regala il mondo. È un calciatore per certi versi che non vive la sua epoca. Sembra appartenere al calcio romantico del passato. Un tipo sopra le righe che, per i suoi comportamenti e le sue frasi, ha saputo fare letteratura. La letteratura dei geni maledetti. Forti e fragili, ma originali e veri nello stendere un calcio nato e costruito in mezzo alla strada e mai fino in fondo imparato altrove. Cassano lascia una rabbia di fondo. Non mi piacciono i luoghi comuni che lo hanno livellato tra le teste calde del nostro calcio. Ci sono stati esempi peggiori. Sicuramente ha condito i suoi anni con errori seriali, ma se non li avesse commessi, forse, sarebbe stato noioso e banale. Cassano è una scommessa da rifare. Se ha voglia, e riceve affetto sincero, non tradisce. Ma la domanda finale è la seguente: chi sarà disposto a rischiare?