Oliviero Beha

L’unica volta che sono stato in Cina, nel 1982, per questioni di atletica leggera, non era esattamente come adesso che è quasi una gita a Viterbo… Malgrado Ruggero Orlando (cfr. su google…) la Cina non era poi così vicina, tantomeno il calcio cinese o l’interesse cinese per il calcio. Oggi non c’è giornale, radio o tv che non si ubriachi di cinesi di tutte le misure (metafora!!!) per lo più collegati al pallone.

Cina: il progetto calcistico è Mondiale

A squadre da comprare, come è accaduto all’ Inter in modo addirittura trasparente da parte dei plenipotenziari di Suning dopo l’interregno (forse con la maiuscola: Inter-regno) dell’indonesiano post-morattiano, come sta forse per accadere in modo leggermente più opaco al Milan anche se la spiegazione più semplice vorrebbe l’acquisto del club più pluridecorato sul pianeta come una “partita di giro” (fiscale) del solito, inarrivabile e prima inarrestabile e poi arrestato Berlusconi. Oppure, i cinesi, collegati a calciatori da acquistare, con sulla bocca di tutti Kalinic le cui svariate decine di milioni i Brothers del mocassino ingollerebbero volentieri senza troppe preoccupazioni di reinvestimento. Ma da cosa nasce il cino-interesse nei confronti della sfera, al di là di millenaristiche leggende sul pallone che avrebbe fatto capolino da quelle parti, e soprattutto perché proprio adesso? I cinesi vengono da un’unica partecipazione ai Mondiali, nel 2002, vicino casa, quelli di Giappone-Corea (del Sud, Razzi non era ancora apparso nel cielo politico…), subito eliminati senza neppure un gol, e una lunga depressione dopo di ciò. La faccenda ha avuto per me una svolta quando un paio d’anni fa un mio amico, imprenditore allumato e sagace del tessile, tornando da quelle contrade mi disse qualcosa di molto particolare. E cioè che gli risultava che dietro a questo interesse cinese specifico, che mirava a potenziare l’immagine del Paese all’estero anche attraverso la popolarità rotondolatrica, a promuovere il livello dei club, a organizzare i Mondiali del 2028 e possibilmente a vincerli nelle prossime decadi attraverso il vivaio, le scuole, la docenza e l’imitazione di campioni stranieri, dietro tutto questo non c’era solo l’aspetto economico-ludico. No. E che c’era? Al mio amico risultava che dopo averlo sperimentato negli anni di responsabilità sportiva e politica (cfr. i Giochi di Pechino 2008) prima al partito e poi al (vice)governo, XI Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese dal 2013, aveva dettato la linea. Come risultato di più riunioni al massimo livello, collettrici di un’indagine in tutto lo sconfinato Paese, era emerso, e XI ne aveva preso appunto atto, che il calcio fosse l’espressione psicoculturale migliore per fondere l’idea di collettività del miliardo e mezzo di cinesi con l’individualità che è garanzia di successo. Tutte le meccaniche interne ed esterne, a partire dalla “filosofia dello spogliatoio”, lo inducevano a ritenere l’habitat pallonaro come scuola di vita, come paradigma per una società così affollata e insieme bisognosa di individualità (non individualismo, XI aveva tenuto a sottolinearlo), come laboratorio sociale e quindi politico per tutti i campi della Cina.

LA LUNGA MARCIA DI MAO
Insomma, “la lunga marcia” di Mao di cui XI Jinping continua a modo suo il tracciato rinveniva in ciò una specie di “rivoluzione psicologica” se non antropo-culturale, travestita calcisticamente. Tale origine del rinnovato e colossale interesse cinese per il pallone mi parve di estrema suggestione. Verificai che non fosse una boutade parlandone con altri italiani tornati dalle varie regioni di quel mondo. Pare che XI lo abbia detto anche in un Consiglio dei Ministri. Così più di un anno fa proposi a “Il Fatto” un’inchiesta su tutto ciò. Ma occhiutamente mi dissero che purtroppo non avevano spazio… Spero che la cosa interessi ancora…