Bobo Craxi

Giovedì 13 aprile per il calcio italiano rimarrà una data storica, quella nella quale dopo 31 anni un grande imprenditore della città di Milano, che ha costruito una leggenda del calcio mondiale, passa la mano e cede la società ad una finanziaria internazionale guidata da un misterioso cinese. La personalità di Berlusconi che ha occupato le pagine dei giornali dell’immaginario collettivo nel nostro paese certamente ha contribuito all’emotività con la quale l’intera giornata è stata vissuta, è un uomo anziano e l’omaggio che è stato tributato in queste ore appare innanzitutto l’onore delle armi che si deve all’uomo di sport all’imprenditore e e dalla personalità che ha occupato responsabilità di primo piano delle istituzioni  del nostro paese.

Berlusconi: 31 anni di innovazioni e successi

Il tifoso, come chi scrive, naturalmente  fruga nella memoria e non può che continuare a stropicciarsi gli occhi di fronte ad un trentennio così ricco di innovazione e di successi, tuttavia gli ultimi quattro anni sono stati contrassegnati da numerosi stop and go che rendono la scelta definitiva del distacco, dell’abbandono della società un tema discutibile sebbene il contesto globale del calcio abbia reso la decisione di vendere ad un gruppo asiatico un fatto considerato ineludibile, quindi ordinario. Però negli anni va detto che il gruppo che fa capo a Berlusconi aveva dato impressione di volere sviluppare coerentemente all’impronta degli inizi una prospettiva di avvenire per la società: si era acquisita una sede solennemente ribattezzata casa Milan, si era data vita ad una trattativa per l’acquisizione di terreni nella zona della fiera di Milano per poter costruire un nuovo stadio tutto dedicato alla squadra rossonera, insomma si erano fatti progetti per il futuro. Improvvisamente è precipitata la situazione , il gruppo familiare ha considerato  sempre più difficile poter far fronte agli impegni finanziari e quindi con un repentino dietro-front si è dato mandato ai fini di ricercare un possibile acquirente. Ma era possibile fare altrimenti? Era proprio necessario cedere la mano di una grande impresa sportiva nazionale e della città di Milano come può essere considerata il Milan, assai più di un club, un vero e proprio simbolo della città e della storia sportiva del nostro paese?

Quello che certamente è stato il parto di una vicenda economica complessa lascia tuttavia lo  spazio ad una riflessione: è mancata probabilmente la capacità di innovazione che è stata la cifra principale del dinamismo imprenditoriale di Berlusconi, vi era un di più di responsabilità determinato proprio dalla longevità della lungimiranza creativa con cui egli ha gestito la propria azione nel pianeta calcio così come nella dimensione dei media e della politica. Si  è preferita una strada più semplice, mentre invece esempi di azionariato popolare, di società virtuose proprio perché sorrette da un sostegno manageriale ed economico democratico non mancano. Barcellona per esempio non è affatto una città meno ricca di Milano, il Milan e l’Inter sono un patrimonio pubblico della città e la costruzione di un carattere associativo di una public company sportiva sarebbe stato un tentativo moderno e innovativo di superare le difficoltà che sono sopraggiunte, è mancato uno sforzo creativo, la società avrebbe potuto benissimo rimanere in capo all’antico management ed al tempo stesso l’apertura delle quote ad un azionariato diffuso avrebbe reso più responsabile anche la stessa tifoseria, che invece si sentirà in diritto di criticare i nuovi proprietari che non godranno di nessuno sconto preventivo se non saranno capaci di essere all’altezza dei predecessori. Detto questo, possiamo annoverare questo passaggio storico come il paradigma della crisi che stiamo vivendo, che non è soltanto di carattere economico ma che contiene anche il principio della caduta di valori fondanti dell’identità di un popolo in questo caso di una città. Non è convincente chi sostiene che proprietà, squadra e società siano elementi separati, vi sono in questo senso gli esempi che sono sotto i nostri occhi, la disaffezione dei tifosi romanisti nei confronti di un presidente dal nome italiano ma dalla residenza americana, c’è il disappunto della tifoseria parigina che certamente si è tolta  delle soddisfazioni, ma che non digerisce sino in fondo l’idea che i propri dirigenti risiedano a Doha.

ERRORI DI VALUTAZIONE
Una squadra di calcio non è una fabbrica di cioccolato, lo è nella sostanza economica non lo può essere per insieme delle implicazioni che essa rappresenta. Nell’uscita  di scena i vecchi proprietari hanno sottovalutato un aspetto che con il passar del tempo se non arrivassero i risultati finirà per emergere con tutta la sua evidenza, ma questo ce lo dirà soltanto il tribunale dei fatti. Oggi è una giornata storica, rimarrà impressa nella mente di molti sportivi, un pezzo della vita dei milanisti se n’è andato, E questa volta la parola closing è stata scritta veramente.