Stefano Impallomeni

Frank De Boer si scontra con la dura realtà del calcio italiano. L’impatto è brusco. Le ferite rimediabili, ma bruciano da morire. A Verona l’Inter si sfalda alla distanza. Birsa, prima doppietta in carriera, boccia la prima dell’olandese e infierisce sullo stato nerazzurro che sembra peggio del precedente. Il Chievo collaudato legittima la sua vittoria e determina naturalmente una differenza: una squadra ha la meglio su una non squadra. L’Inter si rivela poca cosa. Non è solida, è lenta a far girare palla, mulina un calcio prevedibile, è terribilmente inefficace, quasi inadeguata per raggiungere risultati importanti. Il rebus nerazzurro è davvero difficile da risolvere. Tanti buoni calciatori non riescono ad esprimersi, neutralizzano ogni propria potenzialità. Ognuno dà il peggio di sé. Non esistono punti di riferimento. Tutti, individualmente, sono forti, ma a livello collettivo si perdono inesorabilmente, si riconoscono in un bel niente. È un effetto domino al contrario. Il contagio dell’errore è universale, in ogni zona del campo. E non ci sono moduli che tengano se poi a centrocampo scopri che a fare gioco vi sono Medel e Kondogbia, non esattamente due fonti scaltre, due architetti del pensiero.

birsa

De Boer dichiara che dovrà aver bisogno di tempo per cercare di comporre una sua idea di calcio. La prima del Bentegodi, però, non aiuta a capire come voglia iniziare a manifestarla. Perché aver compromesso il suo credo tattico, subito in avvio, non sgombera il passato recente, gli irrisolti dilemmi degli ultimi mesi. La difesa a 3 è stata forse un compromesso esagerato. Per lui, scuola Ajax e amante del 4-3- 3, è stata quasi un’eresia. La sua scelta di sorprendere si trasforma nella bozza importante di un suicidio che si sviluppa nel corso della partita. L’olandese con la difesa a 3 avrebbe voluto liberare qualcuno e qualcosa per creare spazio soprattutto sulle fasce. Ma il risultato è stato un arretrare continuo e poi un assalto ordinario alla caccia di un improbabile pareggio.

Servono calciatori d’esperienza come Yaya Toure’

De Boer chiede tempo e fiducia. Diamoglieli, ma con riserva. Perché presentarsi così, tradendo il suo modo di essere, la sua cultura calcistica non è sinonimo di grandissima personalità. L’idea di Medel e Kondogbia facitori di gioco non l’hanno capita bene neanche loro. Non è stata, insomma, la genialata del giorno, o meglio della serata. La difesa a 3, poi, con l’ansioso Ranocchia, idem. Per non parlare di Banega, anche lui trascinato nella confusione nerazzurra generale che inghiotte chiunque la frequenti. La sensazione è che l’Inter abbia bisogno di uno/ due calciatori buoni, esperti e semplicemente navigati nel distribuire bene il gioco a centrocampo. Un tipo alla Yaya Toure’ (imprendibile sul mercato), per intenderci, sarebbe il top. Uno che avvii la giostra dei movimenti. Uno che sappia tracciare i confini dei rispettivi compiti ai compagni di reparto. E conosca bene i tempi di gioco, li acceleri maggiormente. Il problema dell’Inter è in mezzo al campo. Nella generosa pletora di esterni, mezzepunte e di attaccanti di razza come Icardi, manca un faro emotivo e valido a centrocampo. Joao Mario non sarà certo il salvatore della patria, ma ora serve come il pane. Il portoghese è bravo. Lineare e intelligente. Buoni piedi, senso tattico e potrebbe garantire equilibrio. De Boer avrà tempo per rifarsi, ma in difesa ricominci da 4 e creda di più al calcio che ha in testa. E non a moduli pasticciati, di fortuna.