Stefano Impallomeni

De Rossi ci pensa, e ci sta pensando per molte ore al giorno. Continuare nella Roma o decidere di andare altrove, con lo scopo di viversi un fine carriera differente, molto diverso e magari per certi versi più stimolante. Giusto così. Nutrire dei dubbi è sempre segno di intelligenza, legittimo da parte sua prendere in considerazione una discontinuità di vita, alimentare “magoni” affettivi che ti possono invadere la mente e ingrossare il respiro. È nel corso naturale di ogni lungo rapporto stilare bilanci, analizzare in profondità una scelta dopo una causa, la causa per cui hai dato una vita. È una bella ansia, che ha bisogno di un po’ di tempo per essere allontanata.

È giusto così quando hai avuto la fortuna e il merito di giocare nella squadra del cuore da sempre, nella squadra per cui tifavi da bambino e con cui sognavi di vincere un qualcosa di storico. Il suo dubbio non è amletico e non lo sarà mai. De Rossi non avrà vinto uno scudetto, ma è stato un calciatore molto forte. L’essere romanista ha prevalso sul non essere probabilmente quello che avrebbe potuto essere in un’altra squadra “storicamente” più blasonata in fatto di titoli. Più o meno lo stesso discorso che è valso per Totti. Altrove, forse, entrambi avrebbero vinto titoli e coppe in serie. Vincenti sì, ma sicuramente più tristi. Giocare per sempre con la stessa maglia, da romanista e romano, non è importante, ma è l’unica cosa che conta. Un motto paradossale, in contrasto con quello juventino, ma per chi arriva dal vivaio è questa la grande vittoria finale. De Rossi è stato un campione del mondo, ha vestito l’azzurro spesso meglio di quanto abbia vestito il giallorosso, ma il suo apporto alla Roma è stato magnifico, costante, viscerale, non comune.

De Rossi è un grande tifoso della Roma. Molto più di quanto la gente non sappia. Emotivamente coinvolto, vero anche negli eccessi. De Rossi, ora, si interroga non per rinnegare o tradire. Riflette per stare meglio con se stesso, con quel dubbio lecito: essere romanista per sempre o cercare di provare qualche ultima emozione, magari fuori dal solito mondo. New York potrebbe essere la sua tentazione. Fuori da tutto, senza scalfire alcunché, per abbracciare un’esperienza di vita più che per inseguire un’ambizione. Perché qui non si tratta di vincere titoli ai titoli di coda, ma di decidere un pezzo di vita che possa completare l’uomo. De Rossi, come ha detto, non sta meditando cose strane, nonostante quel “non so se giocherò ancora nella Roma”. Deve decidere per stare bene con se stesso. E allora che ci pensi ancora qualche altra ora e che poi resti alla Roma. Farebbe la cosa più giusta.