Oliviero Beha

C’è una famosa frase di Antonio Gramsci, mai in passato che mi risulti presidente di Federazione e invece in galera per un certo antifascismo, che in qualche modo riguarda il rapporto completo sul calcio italiano appena prodotto dalla FIGC di Carlo Tavecchio. Dice all’incirca: “Un conto è se i monelli tirano i sassi alle finestre rompendo i vetri per loro gusto, un conto è se lo fanno su commissione del vetraio”. Prendiamo dunque la rincorsa per parlare di questo rapporto a mo’ di “casa di vetro” che lo staff federale al completo ha esposto urbi et orbi con un’autosoddisfazione che mette qualche brivido.

Dallo spalmadebiti al deficit di oggi

Per non andare troppo indietro nel tempo come ho fatto con Gramsci, prenderei una data: il 23 marzo 2005. Recente, non vi pare? Ma anche sufficiente per misurare in una dozzina d’anni successiva l’evoluzione del nostro pallone. La data si riferisce all’approvazione del cosiddetto spalmadebiti, concesso dal governo Berlusconi alla Lazio in fallimento di Lotito e realizzato dopo un negoziato con l’Agenzia delle Entrate. Nei giorni precedenti c’erano state sommosse e gazzarre dei tifosi laziali sotto la FIGC di Carraro, finito dopo lo scandalo di Calciopoli nelle file parlamentari del medesimo Berlusconi. L’accordo “fu trovato” per spalmare su 23 anni circa 140 milioni di debiti (poco meno del totale debitorio) del club gestito da quel galantuomo di Cragnotti, “l’uomo dello scudetto”, tanto rimpianto dai tifosi beceri quanto sfuggito alle mani degli azionisti Cirio che ne avrebbero fatto polpette. In un Paese serio. In un Paese che non spalma su 23 anni tutti quei soldi, in un Paese che non vanti il record per l’evasione e l’elusione fiscale, in un Paese non illegale fino al midollo in cui ci si suicida per debiti (inferiori credo a quella cifra…). Ma si sa, il calcio gode di una speciale franchigia politico-social-ambientale, e furono tutti contenti allora, a partire dal sindaco Veltroni (nominalmente dalla parte contraria a Berlusconi) che la trovò “una splendida notizia per la città” mentre altrove i club potevano fallire. Uno “normale” avrebbe pensato che si fosse allora toccato il fondo, in tutti i sensi, e si dovesse rimbalzare per risalire, tanto per rimanere a metafore sferiche.

lazio scudetto 1915

Lotito, presidente della Lazio, e Tavecchio, patron della Figc

Adesso Tavecchio, a quei tempi e già da anni Presidente della Lega Nazionale Dilettanti, che in un altro Paese non sarebbe certo meno importante delle Leghe professionistiche maggiori, anzi, ci dice che il deficit complessivo del calcio italiano è di 525,8 milioni alla fine della stagione 2014-2015, gongolando perché comunque il calcio italiano conta per l’11% del PIL del football mondiale; questo benché il nostro pallone abbia incassato negli ultimi cinque anni 692 milioni dall’UEFA e abbia goduto di introiti da diritti tv quasi raddoppiati nel quinquennio preso in esame. Insomma, davvero bisogna far finta che non ci sia il vetraio dietro i ragazzi che stanno metaforicamente (ma non tanto, se consideriamo la fascia peggiore degli ultras) demolendo la casa di vetro. Che di vetro poi dentro non è, perché per arrivare a un simile status di opacità bancarottiera c’è voluto il concorso di tutti: della politica sportiva subalterna alla politica tout court, degli pseudomanager del pallone, della stragrande maggioranza dei tifosi ciechi di fronte allo sfascio, perché l’importante è sempre appunto “salvare il calcio”. Anche a spese dello stesso calcio e di noi stessi.