Francesco Paolo Traisci

Il campionato di calcio è in vacanza. Ma lo sono anche i suoi protagonisti? Quali sono gli obblighi di un calciatore in vacanza? Cominciamo come sempre dalle fonti, ossia dai documenti in cui si trovano specificati questi obblighi. Il rapporto fra il calciatore professionista e la società per la quale svolge la propria prestazione sportiva è qualificato come rapporto di lavoro subordinato. E come tale segue le normative generali del diritto del lavoro, Statuto dei lavoratori e quant’altro. Ma il rapporto di lavoro subordinato sportivo è anche disciplinato dalla celeberrima legge 91 del 23 gennaio 1981 che regola il vincolo giuridico fra società sportive ed atleti professionisti, prevedendo una serie di obblighi in applicazione o in deroga alla disciplina comune del lavoro subordinato. Sono infatti previste, fra le altre cose, una speciale tutela sanitaria (art. 7) una assicurazione contro i rischi a carico della società (art. 8) ed uno speciale trattamento pensionistico (art. 9), ma soprattutto è previsto (all’art. 4) che “Il rapporto di prestazione sportiva a titolo oneroso si costituisce mediante assunzione diretta e con la stipulazione di un contratto in forma scritta, a pena di nullità, tra lo sportivo e la società destinataria delle prestazioni sportive, secondo il contratto tipo predisposto, conformemente all’accordo stipulato, ogni tre anni dalla federazione sportiva nazionale e dai rappresentanti delle categorie interessate” e che “nel contratto individuale dovrà essere prevista la clausola contenente l’obbligo dello sportivo al rispetto delle istruzioni tecniche e delle prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici”.

Retribuzione e diritti d’immagine

Per quanto ci interessa gli obblighi rispettivi di società e dei calciatori sono contenuti nell’Accordo collettivo di categoria nel contratto tipo previsto in applicazione dello stesso. In realtà, il riferimento va quasi esclusivamente al primo in quanto il contratto tipo per la Serie A in buona parte si riporta all’Accordo collettivo siglato dai rappresentanti della Lega (Beretta) dell’Associazione Calciatori (Tommasi) e della FIGC (Tavecchio) nel 2012 e da allora sempre prorogato. E’ proprio in quest’ultimo che sono specificati gli obblighi reciproci fra le parti. Fra questi ci possono interessare: l’art. 4 che prevede l’obbligo a carico della società di versare la retribuzione al calciatore, che può essere composta da una parte fissa e da una parte variabile (i cd. premi), il tutto pattuito per iscritto nel contratto. La stessa norma specifica che a margine del contratto può essere sottoscritto un ulteriore accordo per la cessione dei diritti di immagine (quando, ad esempio, l’atleta svolge il ruolo di testimonial della squadra o di una manifestazione alla quale questa partecipa). La violazione del diritto all’emolumento è poi configurata nell’art. 13 che identifica nella morosità della parte fissa della retribuzione prolungata per un periodo determinato una legittima causa di risoluzione del contratto. L’art. 7 configura poi la partecipazione alle sedute di allenamento e dalla preparazione precampionato come un diritto/obbligo del calciatore nei confronti della società. Il calciatore ha l’obbligo di partecipare ad entrambe a meno che non sia infortunato, ma ha anche il diritto (e la società l’obbligo di metterlo in condizione) di svolgere queste attività “con attrezzature idonee” ed in un ambiente consono alla sua dignità professionale”.

Cosa deve fare il calciatore durante le vacanze?

Premesso che il diritto al riposo settimanale e alle vacanze (4 settimane di ferie annue nel periodo scelto dalla società in funzione delle proprie esigenze sportive) è sancito dall’art. 18 dell’Accordo collettivo, il calciatore deve comunque rispettare gli obblighi previsti nell’Accordo collettivo. Ed in particolare deve conformarsi a quanto previsto nell’art. 8, che impone agli atleti un divieto di svolgere attività sportive, lavorative e imprenditoriali ulteriori rispetto a quelle svolte a favore della società, senza il preventivo consenso della stessa, consenso che “dovrà in ogni caso essere negato se incompatibile con l’esercizio dell’attività agonistico-sportiva”, oltre ad un dovere di fedeltà verso la propria società e di evitare comportamenti che possano pregiudicare l’immagine della stessa (pensiamo ad esempio al calciatore che, ubriaco, provoca un incidente: viola questo obbligo e come tale, anche se il comportamento attiene alla sfera della sua vita privata, può essere oggetto di sanzioni da parte della società). Nello stesso senso l’art. 10 prevede che la società possa impartire istruzioni tecniche e dettare regole di comportamento extracalcistico ai propri giocatori, i quali non possono rifiutarsi di rispettarle se sono giustificate dalle “esigenze proprie dell’attività professionistica”. E’ vero che è richiesto che i giocatori accettino le regole imposte dalla società, ma la norma dice che non possono ragionevolmente rifiutarsi di farlo se queste sono impartite in funzione del miglioramento delle loro prestazioni sportive. Unico limite: la dignità umana.

 

Una punizione proporzionale all’infrazione

Quindi i giocatori in vacanza (o in generale nel tempo libero) comunque debbono rispettare le direttive tecniche e le regole comportamentali impartite loro dalla società (pensiamo al dovere di mantenersi in ragionevole forma e di non esagerare a tavola), sempre che siano funzionali alle esigenze della attività professionistico sportiva e non lesive della propria dignità umana. Qualora violino tali regole (non solo in vacanza ma in generale) le sanzioni sono quelle previste nel successivo art. 11. Per questa norma, quando un calciatore sia venuto meno ad uno degli obblighi che ha nei confronti della società, può essere punito, proporzionalmente alla infrazione commessa, con una delle sanzioni previste che vanno dall’ammonizione scritta e dalla multa, all’esclusione temporanea dall’allenamento, sino alla risoluzione del contratto. Per infliggere ognuna di queste sanzioni la società deve rispettare una specifica procedura regolata tanto nella tempistica quanto negli incombenti da svolgere. A garanzia che tutto sia correttamente svolto, ossia nei casi in cui il calciatore non accetti la sanzione inflitta dalla società, nessuno dei due potrà agire dinanzi al giudice ordinario (a meno di violazione di diritti che non possono essere oggetto di arbitrato). Prima dovrà, in adempimento della clausola compromissoria che obbligatoriamente deve essere contenuta nel contratto individuale, rivolgersi ad un Collegio Arbitrale con Arbitri nominati da entrambe le parti.