Paolo Graldi

Com’è ormai tradizione dopo una debacle in corsa la Ferrari rilancia: niente è perduto, ci riproviamo la prossima volta, lotteremo fino alla fine, fino all’ultima curva dell’ultimo gran premio. E ne mancano cinque alla meta del titolo, ma quelli appena affrontati, Singapore e Sepang, lasciano sull’asfalto davanti alle Rosse un pieno di detriti e rottami, fisici e psicologici. Battuti dalla sfortuna, per chi crede nella sfortuna; certo, la indissolubile catena di guai tra guasti, scontri, errori, calcoli errati e strategie discutibili ha messo a durissima prova la scuderia di Maranello proprio nell’anno in cui, per i progressi conseguiti, sperava di agguantare almeno il Mondiale piloti lasciando alla Mercedes quello dei Costruttori, praticamente assegnato a metà campionato alla fabbrica di Stoccarda.

Ma, poiché parlare di sfortuna in F1 non è possibile, ecco allora che bisogna indagare sul morbo che regolarmente da un po’ di corse, colpisce le due monoposto. Marchionne, prima di Singapore e dopo la polvere mangiata nei GP precedenti, aveva promesso con toni minacciosi che bisognava cancellare il sorriso sulle labbra di Toto Wolff e di Niki Lauda, i top manager delle Frecce. I due, pur con qualche smorfia, alla fine della corsa hanno esaltato le gesta del loro campione Lewis Hamilton, che ha incassato in carriera settanta gran premi, e una infinità di pole position, roba da leggenda nel grande albo d’oro della massima categoria.

Adesso il manager che pretende il titolo dice che la squadra è giovane, che sono necessari aggiustamenti, che la qualità della componentistica non è all’altezza delle pretese e delle prestazioni, che i propulsori non sono affidabili come dovrebbero e che, dunque, sono necessari cambiamenti organizzativi. Cambiamenti che sono in corso d’opera. Non è in discussione, pare e per il momento, il ruolo di Maurizio Arrivabene, sul quale erano state riposte molte speranze di vittoria anche per il suo stile di principal manager asciutto e volitivo, sempre a dire che bisogna lavorare a testa bassa e con umiltà.

La formula, sempre che gli insuccessi siano riconducibili a lui, non ha funzionato come si sperava e le défaillances nelle ultime corse dimostrano che, per un verso o per l’altro, c’è sempre qualche brutto intoppo che taglia le gambe ai sogni di gloria. L’analisi di Marchionne è amara e spietata insieme. Tra tutti gli inghippi che si sono succeduti a Sepang, alcuni, quelli sì da record mondiale, lo hanno fatto infuriare: “se ti succede a casa di spaccare un motore, vabbè, ma fare una figura così, aveva una macchina in seconda posizione e non vederla in griglia al via, è veramente da tirarsi i capelli”. È successo a Raikkonen, come si è visto e come si sa fin nei dettagli: con un giro magnifico in Q3 il finlandese di ghiaccio non ha preso per un soffio la pole a Hamilton, roba di una manciata di millesimi ma poi, dovendolo contrastare alla partenza, non è neppure riuscito a schierare la vettura in griglia.

La macchina si è spenta come se non avesse più né ossigeno né benzina, ed è stata prontamente sospinta nel box dai meccanici tra gli occhi increduli di chi osservava la scena esterrefatto. In quegli attimi terribili Sebastian Vettel, l’altro ferrarista d’assalto, era in ultima fila perché non era neppure riuscito a iniziare le qualifiche dopo aver girato al massimo e con i migliori tempi nelle tre prove libere: un guasto al propulsore, un infarto al miocardio della macchina. Un guasto che aveva imposto di cambiare in due ore, miracolo, miracolo, tutto il blocco. Ma inutilmente perché, a lavoro finito, qualche dettaglio non ha permesso di riportare in pista il bolide per le qualifiche. Un disastro a dir poco, che si è concluso con la Ferrari di Vettel a fine corsa, incornata da Stroll che ha sfasciato la ruota posteriore sinistra che s’è impennata sfiorando il casco del campione tedesco: svista che comunque costerà altri soldi e altro lavoro duro per il club di Maranello.

Di Vettel bisogna comunque dire tutto il bene possibile. Il campione dentro la pista e fuori nelle interviste si mostra quasi sempre all’altezza del suo grande rango e la stupenda rimonta dall’ultima fila al quarto posto, sfiorando il podio che solo la bravura di Ricciardo gli ha impedito di raggiungere, confermano la sua immensa classe. Ma la classe, stavolta, non basta perché la Mercedes non smette di sorridere e di incassare record e in classifica il distacco tra Hamilton e Vettel non è ancora matematicamente incolmabile, ma ci manca poco davvero.

Però va detto che in Formula Uno tutto è possibile fino all’ultimo respiro e dunque la battaglia per il titolo non può essere archiviata. Tra cinque giorni si tornerà in pista a Suzuka e i giochi si riaprono. Ma stavolta, anzi d’ora in poi, non sono più ammessi errori, fraintendimenti, sottovalutazioni, ganci della sfortuna e colpi bassi degli avversari. La partita si fa durissima, quasi impossibile da vincere. Ma si possono tuttavia evitare clamorosi sfondoni nella tenuta della squadra, che pure ha dato prove di passione e abnegazione da vendere. Non è bastato, almeno finora.

Oltre alle Mercedes il rombo minaccioso delle Red Bull si fa sentire sempre più vicino e la vittoria di Verstappen e il terzo posto di Ricciardo in Malesia dimostrano che la lotta per il titolo è a tre, se non altro perché i due ragazzi che bevono taurina a litri hanno fame di podi e sono disposti a rischiare rasoiate pur di superare gli avversari. Tutto materiale agonistico che fa bene alle gare. La Malesia, che purtroppo non vedremo più, ci ha dimostrato che si possono ancora vedere corse a perdifiato fino all’ultima curva. Ecco, da quella curva, per prima, la prossima volta, vorremmo veder spuntare la numero 5. Ed è detto tutto.