Stefano Impallomeni

Ci sono stati schiaffoni fragorosi nell’ultimo turno. In Spagna, in Italia e in Inghilterra sono arrivati rovesci inattesi e abbastanza netti. Jovetic, all’ultima giocata disponibile, risorge dal letargo e condanna con il suo Siviglia il Real Madrid di Cristiano Ronaldo. La coppia Kalinic- Chiesa, grazie alla sapiente regia di Paulo Sousa, ridà un senso alla stagione viola rabbuiando una Juventus incapace di gestire partite insidiose e apparsa  tremendamente bolsa in mezzo al campo. Il City di Guardiola, invece, viene maltrattato dall’Everton che cala un poker perentorio, sentenziando un fallimento difficilmente pronosticabile ad inizio stagione.

Cambiare per non esaurirsi: il segreto di Tinkerman

Ha ragione Ranieri. Nel calcio è importante stare sul pezzo e, per quanto riguarda i risultati, mai dire mai. Il calcio sarebbe meglio non giocarlo mai allo stesso modo. L’evoluzione veloce dei moduli e le crescite professionali degli allenatori ci raccontano come cambia non tanto quel che si vuole insegnare, ma quanto il saper affrontare nel modo più corretto e conveniente l’avversario ogni giornata, dall’altra parte del campo. Le conoscenze, di fatto, sono aumentate. Gli aggiornamenti sono costanti e vivere dentro una campana di vetro, convinti di poter vincere con un tiki-taka o un gigantesco possesso-palla, non aiuta a raggiungere gli obiettivi prefissati. Il tracollo del City è assai emblematico e forse ci spiega che anche uno come Guardiola, tra i più bravi in assoluto, abbia non poche responsabilità sul deludente andamento di una squadra attualmente tagliata fuori dalla lotta per vincere la Premier e, in particolare, senza una precisa identità tecnico-tattica. Il City, in effetti, sta pagando un dazio eccessivo. Quello di interpretare in  maniera obbligatoria un dogma di pensiero che alla luce dei fatti sta traducendosi in un autolesionismo evidente. In Premier, ancor più che in Bundesliga, giocare alla Guardiola non produce granché. In Inghilterra il football è vario e molto più agonistico. C’è una qualità insospettabile anche tra le squadre meno ricche e attrezzate. È fondamentale saper tenere un’intensità rilevante.  Si va spesso per vie verticali, si attacca in pochi secondi, l’ampiezza del gioco è concepita per andare a far male e non per far scorrere il tempo nel tentativo di demoralizzare l’avversario. Il City, insomma, galleggia ancora nei propositi e se vince, vince perché ha calciatori di talento e non tanto per un modulo risultato essere non più innovativo. Il Guardiolismo non è finito, ma va rivisto. Non avrei immaginato un flop del genere. Pensavo a un City competitivo e divertente. Per ora, né l’uno e né l’altro. E immaginavo un City più forte sotto il profilo caratteriale. Lo scontro diretto perso con il Chelsea di Conte ha girato la stagione. Da lì, la crepa decisiva verso l’isolamento. Contro l’Everton è arrivata la quinta sconfitta stagionale. Il Chelsea di Conte, a + 10, è difficilmente prendibile. Aguero e De Bruyne non pungono. A centrocampo Fernandinho è al di sotto degli standard. C’è qualche transizione apprezzabile verso la porta avversaria, ma sono fiammate saltuarie, che ti possono consentire di vincere qualche partita ma non un campionato. Guardiola potrebbe prendere esempio da Conte o da Spalletti, che hanno dimostrato di imparare dalle sconfitte.

Il Chelsea di Conte non è andato in vacanza
CONTE E SPALLETTI: DUE ESEMPI PER GUARDIOLA
Il primo dopo aver perso contro l’Arsenal, una bella imbarcata, ha cambiato pelle e testa ai suoi. Ha rispolverato Moses e Alonso, dato stabilità al centrocampo. Il secondo ha capito molto dalla trasferta di Torino con la Juve. La Roma combatte e lesina sullo spettacolo, pensando a vincere più che a convincere. Il City sembra fermo su convinzioni superate. Non esiste un solo modo per iniziare una partita, un solo modo di far giocare una squadra. Guardiola ci ha insegnato come saper cambiare 4 o 5 moduli nella stessa partita. Ma Robben e Ribery, un Messi, non sono De Bruyne e Sterling, bravi ma non ancora maturi per grandissimi livelli. Guardiola, cercando di inculcare forzatamente il suo calcio, perde piuttosto che guadagnare i valori individuali dei suoi. Il City ha calciatori per ripartire negli spazi e non per mantenere il possesso-palla più degli avversari. Non c’è nulla di strano trovare un compromesso in un mondo che muta velocemente. Al City manca una “app” utile, più redditizia e maneggevole che faccia la vera differenza e in cui sappiano orientarsi meglio i calciatori. In Inghilterra il tiki-taka addormenta le ambizioni e non spaventa più nessuno. Per rinnovarsi è tardi. Almeno per quest’anno, ma, se Guardiola vuole, per la prossima stagione c’è ancora tempo.