Francesco Paolo Traisci

La notizia: una Corte d’Appello spagnola assolve il famoso dottor Fuentes dall’accusa di doping. Ma le sacche con il sangue trattato dei pazienti del dottore a suo tempo sequestrate e, per il tribunale di primo grado, destinate alla distruzione, potranno essere messe a disposizione degli enti sportivi interessati.
Cosa ci dice questa sentenza? Vediamolo in 4 punti.
1) La corte di seconda istanza ha sovvertito completamente il verdetto di primo grado. Assoluzione per il dottore che in primo grado era stato condannato ad un anno di reclusione; non più la distruzione ma addirittura la messa a disposizione delle sacche di sangue dei pazienti del dottore a tutti gli organi antidoping nazionali ed internazionali interessati alle indagini.

2) Perché è stato assolto il dottore? La legislazione antidoping spagnola è ritenuta da molti fra quelle meno efficaci. Infatti, quantomeno all’epoca dei fatti, non esisteva alcun reato specifico di doping nell’ordinamento spagnolo e quindi il dottore era stato condannato ad 1 anno per “attentato alla salute pubblica”. Il dottore è stato assolto appunto perché all’epoca dei fatti non aveva commesso nulla di vietato. Al contrario, in Italia sarebbe stato condannato. Da noi infatti il doping è un reato sin dal 2000 (ed anche da prima, in quanto con la legge del 1989, la sottoposizione a pratiche dopanti era considerata una delle manifestazione del reato di “frode sportiva”). Ma in Spagna, all’epoca dei fatti, non era reato; da qui l’assoluzione.

3) Perché la sentenza fa notizia? Al di là dell’assoluzione la sentenza della corte di secondo grado fa notizia perché sovverte anche l’altro punto affermato dalla Corte di prima istanza: quello della necessaria distruzione dei reperti ematici dei clienti del dottore. Nella sentenza di appello infatti si dà ragione ai numerosi enti sportivi, nazionali ed internazionali che si erano costituiti all’interno del processo al dottore: ossia l’UCI (la federazione internazionale del ciclismo, interessata perché fra i molti clienti del dottore la maggior parte erano ciclisti), ma anche il CONI (per gli italiani) e la stessa WADA (l’ente mondiale responsabile per la lotta al doping). Questi enti ora esultano perché saranno messe a loro disposizione le sacche con il sangue trattato degli atleti di loro interesse. Ma non potranno far niente per sanzionare eventuali violazioni. Come recita l’art. 17 del Codice WADA, infatti,“non può essere avviata alcuna azione contro un Atleta o altra Persona per una violazione di una norma antidoping contenuta nel Codice se tale azione non viene avviata entro otto anni dalla data in cui è stata commessa la violazione”. Ecco il punto: i fatti contestati risalgono ad almeno 10 anni (il processo è iniziato nel 2006).

4) Alla base dell’ordine di distruzione delle sacche ematiche contenuto nella sentenza di primo grado vi erano ragioni di tutela della privacy degli atleti. In che misura l’acquisizione delle sacche ematiche violerebbe la loro privacy? Le regole sulla tutela della privacy nei procedimenti antidoping sono dettate nell’art. 14 del Codice WADA che ha affermato che “l’identità degli Atleti i cui campioni biologici hanno dato un riscontro analitico di positività, o degli Atleti e delle altre Persone che secondo un’Organizzazione antidoping hanno violato altre norme antidoping, non può essere rivelata pubblicamente dall’Organizzazione antidoping responsabile della gestione dei risultati prima che venga portata a termine l’indagine amministrativa descritta negli Articoli 7.1 e 7.2”, non prima quindi che siano svolte le analisi e si siano concluse con l’accertamento di una violazione ed una seguente sanzione per l’atleta ed il suo entourage. Quindi il CONI o gli altri enti coinvolti potranno divulgare i nomi solo dopo che l’indagine sulla positività si sia conclusa con una sanzione. Cosa che non può avvenire in questo caso, perché non è possibile sanzionare gli eventuali colpevoli perché i fatti sono caduti in prescrizione.

5) E allora che succederà? Il Coni e gli altri organismi interessati potranno (sempre che un eventuale ricorso di terzo grado non sovverta di nuovo la sentenza sul punto) acquisire i reperti ma senza divulgare i nomi degli atleti coinvolti. La divulgazione senza un procedimento sanzionatorio potrebbe far cadere l’esenzione stabilita nelle Norme sportive antidoping del Coni, che, in applicazione all’art. 14 Codice WADA , specificano che i dati relativi alla positività nelle analisi antidoping non sono considerati dati sensibili ai sensi della nostra legge sulla privacy. Ma non potendosi utilmente aprire un simile procedimento, i nominativi dei pazienti del dottore sarebbero quello che sono, ossia nomi di “semplici pazienti”. Per questo raccomanderei a tutti gli organi interessati la massima attenzione se dovessero ritenere utile l’acquisizione dei reperti! Al di là di una gogna mediatica per fatti accaduti 10 anni fa ad atleti ormai quasi tutti in pensione, il rischio di violazione della normativa sulla privacy potrebbe essere ben maggiore rispetto all’effettiva utilità!