Paolo Graldi

È già storia, anzi leggenda nella bacheca dei brividi nella classe regina, la MotoGP. Sì, perché quel sorpasso, nel diluvio, con le scie dacqua che salzano come piccoli tsunami e ti aprono una nuvola di buio davanti, a trecento allora, su un cavallo dacciaio montato su gomme, quel sorpasso ha buttato giù dalla cattedra le leggi della fisica e del coraggio fisico, si è iscritto di diritto tra i capolavori inarrivabili di una specialità che coniuga lazzardo al calcolo, che mette e tiene insieme il coraggio e lo sprezzo del pericolo, che coniuga il sangue freddo con la veemenza del samurai.

Tutto questo spaventoso intruglio viene racchiuso in una manciata di millesimi di secondo, meno di una batter di ciglia, e solo il rallentatore, la moviola scrupolosa e infallibile, ti restituisce unemozione complessa come il colpo di cannone che ti viene addosso e avverti il sibilo gelido della palla che perfora laria lacerandola. Ecco, un ragazzone di trentuno anni suonati, una bimba che accompagna a scuola quando non è in allenamento o in gara, una moglie che lo segue trepidante e affabile, tremebonda e insieme orgogliosa del suo eroe, un ragazzone che se non sta attento gli scappano parole in dialetto romagnolo (è di Cesena e perbacco se si sente) ha compiuto il miracolo dellultima curva, ha superato di slancio il campione dei campioni, il supereroe che vuol fare lasso asso pigliatutto, titolo mondiale compreso.

Un tale chiamato Marc Marquez, che sorride sempre con le labbra allinsù, che ha locchio lungo dei falchi da preda e la determinazione del bounty killer. Beh, quel ragazzone di nome Andrea Dovizioso, nella palude giapponese di Motegi dopo un duello durato alcuni interminabili giri si è portato a casa, con ununghiata assoluta, la corsa più pazza dellintero campionato. È la seconda volta in poche settimane che Dovi ha beffato il più ostico e ostinato degli avversari, un funambolo su quella Honda, che nessuno, per unanime ammissione, sa imitare fino in fondo. Lui, Marquez, la moto non la guida, la strapazza, la sbatte come in un tango argentino si fa con la donna, da una parte all’altra della pista, affrontando le curve nel punto più stretto e invalicabile, là dove gli altri non osano metterci gli pneumatici perché con quella traiettoria si finisce a gambe allaria per lo meno, scaraventati sullasfalto col rischio che la moto ti piombi addosso e ti massacri.

Il ragazzino spagnolo osa oltre il limite, sempre, ventiquattro cadute dallinizio del campionato, una serie spaventosa di capitomboli da cento, duecento, trecento allora: così saggio il limite, altrimenti come faccio a capire dove lo trovo?, si confessa con finta amabilità Marc, orgoglioso e perduto nel sentirsi, un campione vincente, un asso amato e temuto. Quando vince sorride, quando perde sorride, quando cade sorride, quando lo portano al centro medico sorride: sorride sempre, beffardo, come se tutto e il suo contrario fossero la stessa cosa. È in testa alla classifica piloti e non è detto che non riesca ad arrivare primo anche se Dovi, coi suoi due sorpassi fotocopia, gli ha spuntato le unghie e ora si trova a meno undici punti: se la stagione dellitaliano in sella a una Ducati strepitosa continuerà sulla stessa falsariga, le ultime quattro gare in programma saranno un bel vedere. Il titolo deciso sul fil di lana.

Ma di Dovi ci piace anche dellaltro e non poco. Ci piace il suo sorriso, la sua umiltà, il suo contegno e il suo impegno, la ricerca del dettaglio vincente, la corsa faticosa e incessante verso una maturità che potremmo definire sportiva, agonistica e perfino artistica. Quei volteggi sono da grande ballerino, da trapezista del Cirque du Soleil, da acrobata stellare. Lui racconta la corsa, ancora sudato e ansimante, con meraviglia, quasi che quelle prodezze appartenessero a un altro. Non si capacita che sia proprio lui ad averle compiute, contro avversari che somigliano a cagnacci arrabbiati e feroci.

Ma va anche detto che il mondo della moto da corsa, da quelle piccole di Moto3 a quelle più impegnative e scorbutiche della MotoDue fino ai razzi della Moto Gp, è permeato da un sano agonismo. Là in quei box brulicanti di cacciaviti e di moderne chiavi inglesi si respira unaria di impegno e di affetto, di concentrazione e di partecipazione, di coinvolgimento personale e intenso di tutti, meccanici e tecnici, ingegneri e dirigenti: è bello da vedere, bellissimo da vivere quel sentimento diffuso di apprensione e di sfida continua. Non è così, bisogna ammetterlo, nei quartieri alti della Formula Uno. Chi perde non si rallegra o quasi con chi ha vinto, chi ha vinto si tiene stretta la gioia del primo gradino del podio e la condivide solo con chi gli ha permesso di salirci: i tecnici, gli uomini in tuta che in due secondi di cambiano le gomme o in due ore smontano e rimontano un intero motore.

Chissà, forse è solo una impressione, ma i due mondi, identici per tanti lati sono diversi nel clima. In entrambi si rischia di brutto, solo in uno, quello delle quattro ruote, girano milioni a palate, ma solo in quello delle due ruote cè allegria, quasi spensieratezza. Spesso si parla di divertimento anche quando quaranta minuti su quei mostri di ferro e carbonio sono una graticola insopportabile per chiunque. I vincitori abbracciamo i vinti e viceversa, volano pacche guascone e gesti di baldanza amichevole. Tutti parlano la stessa lingua. Litaliano.

Perché accanto a Dovi la nidiata dei campioni tricolori è ricca e promettente. In Moto3 tutto il podio era nazionale, in Motodue Morbidelli, altro romagnolo da esposizione, accarezza il titolo e può farlo suo. Tra i ragazzini allevati da Valentino Rossi i nomi sono troppi per citarli tutti. Basterà dire di Fenati, romanissimo, coraggio dacciaio. E, infine, una nota da telespettatore: quelli di Sky, uno squadrone di autentici professionisti, ci regalano telecronache fantasmagoriche e dense di dati tecnici, con un linguaggio che attinge alla migliore tradizione della cronaca sportiva, immaginifica e insieme rigorosa. Loro non cadono mai nella banalità. E poi le telecamere ovunque, fuori e dentro la pista, sulle moto e fra poco sui caschi, ci restituiscono una emozione che la diretta non aveva saputo dare così bene fin qui. Non so se si è capito, ma a noi, fare il tifo peri nostri campioni del Motomondiale, piace da matti.