Stefano Impallomeni

Fabio Capello di attaccanti, e non solo, se ne intende. Ha sempre visto oltre e prima degli altri. All’Ajax, inizio anno 2000, tutti pensavano che Mido, e non Ibrahimovic, sarebbe stato l’uomo dei sogni e dei tanti gol. L’attaccante del nuovo corso, pronto a marcare una moda o una piccola era. Tutti, molti, tranne Capello, hanno sbagliato previsione e giudizio. Quel ragazzo svedese dal sangue slavo e la faccia da schiaffi, con il piedone potente e vellutato, avrebbe scritto la storia a suon di reti sensazionali. Giocate d’autore, come la sua personalità, il più delle volte invasiva, a tratti fastidiosa, ma decisamente utile. Capello lo avrebbe voluto portare alla Roma. In quel periodo, dopo lo scudetto della Lazio, urgeva un profeta del gol. Uno sparigliatore storico. Servivano acuti pesanti e reti in doppia cifra. Serviva un attaccante in grado di trascinare squadra e tifosi. Ibra non venne e si rimediò, si fa per dire, con Batistuta da Firenze, la mitraglia argentina un po’ usurata e di sicura affidabilità. Arrivò lo scudetto, con Bati-gol simbolo di un trionfo e senza Ibra, che poi Capello si ritrovò alla Juve non per caso. Furono anni vincenti. Belli sul campo e poi abbastanza balordi a causa di calciopoli. Su Ibra però nessun errore.

Higuain: attaccante forte da sempre

Lo svedese era già forte allora, come un certo Gonzalo Higuain preso dal River Plate, ad appena 19 anni e finito al Real Madrid, in un freddo dicembre del 2006 grazie a Franco Baldini. A gennaio, un mese dopo e in un nuovo anno, il Pipita esordisce e verso i titoli di coda ci mette lo zampino. Con l’Espanyol firma la doppietta decisiva per la vittoria del campionato. 4-3 intenso, partita in bacheca. Capello diventa Don Fabio, anche grazie a lui. E Capello, anche in questo caso, non si sbagliava. Higuain era già un fenomeno allora. Campioni insieme nel passato, in Spagna, ma con l’argentino qui in Italia ancora alla ricerca di un’affermazione slegata dai suoi colossali numeri, dalla sua frequenza micidiale con il gol. Higuain alla Juventus non è ancora un affare. La squadra stenta. Tra infortuni e logorii di vario genere a Torino si è sempre in testa, ma il gioco latita. Il ritmo e la corsa non hanno un passo da tigre. Sono arrivate già tre sconfitte in campionato. La sveglia di Genova, il cui suono è assomigliato alla sirena di un allarme, ancora si sente. Alla Juve sembra tutto incollato, il talento si disperde qua e là, non ci sono canovacci semplici sui quali indirizzare certe qualità. Higuain sente il peso delle responsabilità. I quasi 100 milioni di spesa paiono essere schiaccianti. L’argentino mostra distacco e calma. In un’intervista al “Corsera” zittisce la crisi: che parlino pure, ho abituato tutti male. L’estate passata ha lasciato il segno. Lasciare così Napoli avrebbe comportato dei rischi. E uno come lui avrebbe dovuto metterlo in conto. I campioni veri non si lamentano e scrivono la storia contro tutti. Contro tutto. I 36 gol dello scorso anno sono materia d’archivio e non fanno alcuna differenza in questo momento. Inutile sbandierarli.

L'ultimo gol di Higuain con la maglia del Napoli.

L’ultimo gol di Higuain con la maglia del Napoli.

Raccontano una potenzialità difficilmente ineguagliabile, ma sono numeri freddi che non valgono più. È ora di ripartire da zero. Di studiare i compagni. Di parlare di un suo ruolo fisso. Di stabilire chi comanda davvero in attacco. È il tempo che Allegri faccia giocare Higuain sempre e ovunque. Lo elegga primo della lista, a prescindere dal rendimento. Il suo acquisto, altrimenti, non avrebbe alcun senso. La stagione dell’argentino deve ancora cominciare del tutto. Higuain ha avuto problemi fisici e una brutta Juventus a disposizione. Higuain non può essere un problema. Sarebbe folle pensarlo anche se, con una Juve che fatica a creare e così scoperta in difesa, servono subito i suoi gol. Gol decisivi. Magari non tantissimi. Ma gol sporchi, brutti e terribilmente decisivi. Altrimenti si fa dura.