Stefano Impallomeni

Non è più calcio. Joaquin, vecchia stella appannata del Betis Siviglia, lo dice a Montella senza perifrasi. L’ala spagnola dissente, nonostante il video dia ragione alla sua squadra. A Catania è soltanto amichevole, ma il VAR fa perdere il Milan e fa già discutere. Non c’è dubbio che la nuova tecnologia non convinca. Lo abbiamo visto in Feyenoord-Vitesse e in altre circostanze. La decisione di rivedere certi episodi risulta essere un rimedio ingiusto, sebbene alla fine decreti un’oggettiva analisi dell’azione incriminata. C’è giustizia finale, ma il VAR è l’ultimo grado di giudizio che per ora non mette d’accordo nessuno.

È una Cassazione fastidiosa ed eccessiva, un arbitro meccanico che divide anziché unire. Soprattutto sui calci di rigore il richiamo all’assistenza tecnologica snatura l’essenza di un gioco che deve avere i suoi tempi e le sue vecchie abitudini. I calciatori e gli allenatori non amano le interruzioni, perché evidenziano un progresso innaturale. La cifra del VAR è scorbutica. I time out obbligati per questi motivi spezzano ritmi consolidati e principi difficilmente modificabili. Non c’è ancora una predisposizione mentale all’attesa e a una novità che ha tanto il sapore di una beffa generale e indesiderata. Così, appesi per alcuni minuti in attesa di un sì o di un no, il nervosismo è assicurato. Sia che la decisione crei un vantaggio o uno svantaggio. Ecco perché Joaquin denuncia il dissenso: nel nuovo aiuto è palpabile un handicap psicologico, si avverte uno schiaffo palese a vecchie consuetudini, a un old style che la maggioranza preferisce. Il VAR fa giustizi,a ma agli attori protagonisti non piace perché viene percepito come un intruso. La questione è complessa.

Il VAR viene subìto e non accettato, non si unisce a un vecchio modo di interpretare il gioco, che subisce variazioni temporali che, vedrete, non saranno mai fino in fondo digerite. Troppo tempo nel valutare. Non c’è ancora serenità nell’accettare il nuovo marchingegno che ha il valore di una trappola, anziché di un’esatta analisi dei fatti. Il VAR, insomma, rischia di essere un obbrobrio. E per alcuni già lo è. Non produce passi in avanti. L’arbitro deve restare il dominus insindacabile. Lui e i suoi errori umani al centro della scena in cui ulteriori rivolgimenti faranno probabilmente più danni che altro. Per fortuna, il calcio non si è ancora trasformato in un video game, anche se di questo passo ne vedremo delle belle, o meglio dire delle brutte. Il VAR non è la moviola in campo. Decide per scambi di persona, gol-non gol e rigori. È una rivoluzione parziale di un regolamento che dovrebbe restare come prima. Finora la tecnologia per il gol-non gol è stata l’unica variazione sul tema riuscita ed accettata. Il resto è da rivedere al più presto. Che torni l’arbitro al centro di tutto e che si aboliscano i cooling break, le pause per ristorarsi per il gran caldo, e i calci di rigore stile tie-break tennistico.

In Chelsea-Arsenal i calciatori non sono sembrati preparati alla nuova alternanza. Il calcio non è il basket, il football americano e tantomeno il tennis. Ha i suoi confini, una sua splendida irregolarità e singolarità in cui ognuno si riconosce. È uno sport che non ha bisogno di essere stravolto. Le 5 sostituzioni in Lega Pro sono un’altra pericolosa deriva. Che significato hanno? Non si capisce il perché. I cambiamenti dei regolamenti e delle regole stanno avendo un effetto negativo. Cambiare per snaturare non va mai bene. Il VAR piace poco. E ha ragione Joaquin. Così non è più calcio, è un altro sport.