Stefano Impallomeni

Interrotta sul più bello e scollegata dal calcio che conta. L’Inter si arrende. Scavalcata dall’Atalanta e a nove punti dalla zona Champions. L’addio al terzo posto è sempre più realistico. L’Inter si scopre ancora incompiuta e neanche più pazza. La Samp passa a San Siro dopo 21 anni. È balDoria. Dai tempi di Mancini a quelli di Schick e Quagliarella. Pioli incassa i fischi e il mezzo fallimento, che però è più di Thohir e di De Boer. Cambiano i timonieri, ma è sempre la solita burrasca. La nave nerazzurra abbozza rotte, incagliandosi spesso. Siamo nello stesso sbiadito copione. Non ci sono botte di vita effervescenti. Si aggregano giocatori qua e là di discutibile affidabilità, il talento non è sufficiente a far quadrare i conti.

Brozovic si rivela il manifesto dei limiti nerazzurri, che si presentano puntuali e scomposti nei momenti cruciali. Il croato rovescia una partita che avrebbe potuto avere un destino diverso dopo il vantaggio di D’Ambrosio, prima tenendo in gioco Schick nell’azione dell’1-1 e infine regalando il rigore decisivo trasformato da Quagliarella. Una mano galeotta fa incazzare più del dovuto. Roba da matti, roba da Inter. Le disattenzioni e la follia di Brozo si trasformano in un boomerang pesante. Il tutto, alla resa dei conti, risulta essere un brodo primordiale surgelato e scaduto. L’Inter illude e delude. Non sorprende mai in positivo quando è chiamata a farlo, vivendo male il passato e ancor di più il presente.

Il problema, forse, sembra essere legato proprio al futuro, a quel che sarà. Si parla di prossima stagione ogni qual volta si certifica un bel niente. Le abitudini e i tempismi si somigliano nel tempo. Suning annuncia la riconferma di Pioli e arriva il patatrac. Puntale come una tassa. È l’interismo fatale che si ripresenta, la discontinuità di mentalità che ha contraddistinto gli ultimi anni. L’Inter fatica a rinascere, a prendere forma, a tornare grande. Dal triplete di Mourinho fino ad oggi non si sa bene dove si sia andati, cosa si sia fatto realmente per cambiare le cose, migliorarle. Le turbolenze societarie, i cambi di padrone hanno perlopiù disorientato e penalizzato, non aggiunto un valore. Per competere con Juve, Napoli e Roma serve molto altro.

Da Suning si attendono soprattutto i soldi che sono molto, ma non sono tutto. E non è una frase fatta. Il calcio si costruisce dando fiducia fino in fondo a chi pensa davvero possa essere fonte di rivolgimenti strutturali importanti. I nerazzurri sembrano legati e uniti da un comune denominatore, ossia quella speranza partigiana, da tifosi, abbastanza bonaria e non del tutto produttiva. Il club ha necessità di una dirigenza ferrea, che sappia compromettersi tra sentimento e finanza, che sia in grado di operare facendo un mercato intelligente e non sensazionalistico, a soggetto. Lo staff tecnico dovrà dire la sua e non essere soltanto complemento, corredo. Avrà l’obbligo di esprimere delle criticità, fare tare profonde. Zanetti è chiamato a decidere. Suning pure. Pioli è bravo. Ma per rinascere davvero urge una sterzata. Costosa e culturale. Simeone o Conte potrebbero essere gli uomini della rinascita, di una certa solidità. E non più di quella inutile e condivisa speranza che non sarà l’ultima, ma la prima a morire.