Massimo Piscedda

La Nazionale perde e, ovviamente, non convince. Può succedere, soprattutto quando prepari una partita così importante, da disputare in un contesto difficile come il Santiago Bernabeu e magari non sei proprio all’altezza dei padroni di casa. Ripeto: può succedere. Leggo pesanti critiche da tutte le parti, alcune anche eccessive, e rimango un po’ interdetto. Spesso in Italia gli “esperti” di calcio (quindi di tattica, perché chi non sa molto di calcio, spesso sa molto di tattica…) parlano e, ancor più, scrivono sempre e comunque a posteriori. Un po’ come al bar del lunedì, luogo per eccellenza dove emettere le proprie sentenze. Ma quello è il bar, lì nessuno è lautamente ricompensato per le proprie opinioni. Quando invece è richiesta competenza, bisognerebbe evitare il bar virtuale, multimediale.

Per onestà intellettuale, ritengo che se una critica bisogna farla – e innanzitutto bisogna motivarla – dovrebbe essere anteriore alla gara. Ma veniamo a noi. È facile, anzi, facilissimo dire (e scrivere) che il 4-2-4 di Ventura proposto contro la Spagna sia stato un suicidio e nel contesto focalizzare il tutto sugli schemi, con i movimenti (non) visti in campo. La critica, però, doveva essere mossa prima della gara – una critica abbastanza facile da argomentare per un addetto ai lavori – se chi scrive avesse avuto la competenza anche per motivarla. Senza troppi fronzoli: i due nostri centrocampisti contro i tre della Spagna era una normale sofferenza per tutta la tenuta degli Azzurri, la vera chiave di volta della partita, al di là degli errori individuali (vedi Bonucci, Buffon, etc.) Però nessuno mi pare lo abbia fatto presente a tempo debito.

La sviluppo futuro potrebbe essere questo: l’Italia andrà comunque ai Mondiali, vincendo lo spareggio, qualsiasi sia l’avversaria. Il vero pericolo sarà l’autolesionismo dei media italiani che può anche diventare il vero avversario da combattere. Siamo un popolo di parolieri (Mogol c’entra poco…), non troppo nazionalisti e convinti che la critica sia sempre costruttiva. A prescindere (ma anche Totò non c’entra…). Ma per essere vera critica, capace di lasciare un seme, deve risultare sempre motivata, proprio per quella onestà intellettuale obbligatoria per chi lavora nel mondo del calcio e nello sport tutto.