Stefano Impallomeni

Non avremmo mai immaginato una sconfitta del genere, ma neanche una stagione così esaltante. La Juventus rimedia un poker pesante, ma non è il caso di fare processi sommari e ridicoli. L’annata bianconera è da 9,5. La squadra di Allegri ha vinto tutto quel che c’era da vincere scivolando sul più bello e sulla classe di Cristiano Ronaldo, habitué delle serate d’onore e infallibile sentenza. La Juve ha fatto quel che poteva. Ha retto, ha giocato bene, ha mostrato personalità, ma poi ha perso in un tempo, il secondo di Cardiff, una Champions League onorata al meglio delle proprie possibilità.

Il crollo della seconda parte di questa ennesima finale ha sorpreso e interrogato. Come mai? Perché la Juve si è dissolta così rapidamente? In un atto finale, abbastanza importante come quello di Cardiff, sono parecchie le variabili. Ognuno potrebbe avere un’opinione certa e inconfutabile. Chi si può appellare alla stanchezza, a una tattica vincente da parte di Zidane che ha sciolto Marcelo e Carvajal sulle fasce rendendo timida l’azione bianconera. O forse a altre questioni legate allo stato emotivo, per la posta in palio per cui era necessario scacciare una maledizione, che invece resta lì, attaccata come il bostik nella storia del club, dopo aver perso la settima finale su nove disputate.

Ci può stare tutto e il suo contrario, ma credo che la Juve abbia perso in quella deviazione sfortunata di Khedira, che è stato il fattaccio, il presagio implicito, l’annuncio malefico della disfatta. Buffon l’ha spiegato semplicemente a fine gara. Quell’episodio è stato determinante, più di una tattica, più di un merito oggettivo. Una carambola diabolica ha fatto una differenza, il dettaglio che ha tolto quasi tutto, svuotato testa e muscoli, sottraendo forze individuali e missioni strategiche. Come se il destino avesse premiato chi come il Real è sempre stato abituato a certi confronti. Come se il Dio Pallone avesse scelto il suo padrone.

Non è un caso, infatti, che la Champions League di Cardiff sia la numero 12 della storia blanca. Non è un caso che Zidane sia stato alla fine il vincitore scelto. La fortuna, si dice, sceglie gli audaci e i più bravi. E in quell’episodio il Real, bravo e fortunato, ha costruito il suo trionfo, affondando nell’ingiustizia favorevole, legittimando il 4-1 finale con palleggio e malizia. La Juve ha avuto la colpa di uscire di scena dopo quella deviazione, consegnandosi all’esperienza e al cinismo madridista, che con Cristiano Ronaldo ha toccato livelli stratosferici. Il portoghese è l’asso pigliatutto, il bonus da accendere in ogni momento. Alla Juve per vincere una Champions serve uno come lui o un tipo a lui affine.

La Juventus è molto forte, ma a quei livelli serve un fuoriclasse che sappia cosa voglia dire vincere naturalmente un grande trofeo. Un fuoriclasse che decida quando si deve decidere e che trascini. Higuain e Dybala, seppur opachi nella serata di Cardiff, sono fenomeni, ma se giocassero con un tipo come Ronaldo o Messi sarebbero ancora più fenomenali. Non è una piccola differenza, è LA differenza. Da quattro anni la Champions va dritta in Spagna. Tre volte al Real, una al Barcellona. Va da Ronaldo o da Messi.

La Juve non si deve rimproverare nulla. Ai bianconeri urge un fenomeno vero, nato per fare la storia. A volte capita di vincere con collettivi sapienti, ma avere un top player da Champions sposta la questione. La Juve cerchi di alzare l’asticella e ce la farà. Perché la base è ottima, ma per la Champions non basta.