Stefano Impallomeni

Avrebbe voluto dimettersi. Dopo Cardiff e dopo un’altra finale, la seconda, persa in tre anni. E invece Allegri non molla, riprendendosi il suo mondo in bianco e in nero. Allegri non si nasconde. Sa che ci sono piccoli, grandi dettagli che fanno la storia. Il Real è ancora più sopra di tutti, più sopra della Juve. Questione di uomini, di mentalità, di tradizione, di abitudine a vincere. Le finali di Champions, lì a Madrid,  sono come partitelle in famiglia. Le porti a casa tra i sorrisi. La leggerezza di Cristiano Ronaldo nei grandi appuntamenti insegna, marca una differenza.

Allegri, dopo la comprensibile delusione, non ci sta. È consapevole che non avrà mai uno come il portoghese, ma ci crede ancora dichiarando: faremo una grande Champions. Parla, progetta, prepara l’assalto all’obiettivo principale, con la determinazione di sempre. Prima il Barcellona, a Berlino, poi il Real Madrid gli hanno negato la soddisfazione più grande, ma nessuna depressione. Il tetto d’Europa è ancora distante, non di poco. Per alzare una Champions manca ancora qualcosa, manca soprattutto qualcuno in più che sappia garantire un salto di qualità importante. Serve un super campione che sappia tradurre un’ottima squadra in eccellente. La Juve ha grandi giocatori, non però  il fuoriclasse dei grandi eventi. Non è un caso che nell’inseguimento della consacrazione ci sia stato l’intoppo.

Si dà uno sguardo in giro, dove si può pescare quel che potrebbe aggiungere una qualità diversa. Il budget economico a disposizione non sarà striminzito, sebbene sia impossibile arrivare a fenomeni quali Cr7 e Messi. Per reggere il confronto, sperare di vincerlo, c’è bisogno di industriarsi, escogitare piani alternativi. Ci sarà spazio per altro. Sarà fondamentale non fallire l’acquisto del top player, che arriverà di certo. Allegri ha individuato in Douglas Costa il modo per arrivare alla meta. Gli scudetti in serie non annoiano. Neanche le Coppe Italia, ma a Vinovo si lavora e si vive per la Champions. Basterà Douglas Costa per colmare il gap con le corazzate europee? Il brasiliano è veramente un top player? Può darsi, ma ancora non ci siamo.

L’esterno del Bayern Monaco ha un piede fantastico, uno solo, il sinistro. Ha un’ottima tecnica, è veloce. A volte eccede in qualche ghirigoro di troppo, ma è molto mobile, una buona resistenza atletica. È un tipo che difende poco, salta con facilità l’uomo, tira forte e preciso. Tanti doti, insomma, e anche alcune lacune. Non esiste una completezza rassicurante. È un genio muscolare che può interrompere la sua creatività senza un perché. Lo sforzo difensivo gli può togliere potenza e intraprendenza. Nel 4-2-4 è da immaginare a destra per rientrare con il suo sinistro pronto a rifinire e a segnare. Non è uno che spacca le porte, nonostante alcune reti sensazionali e sporadiche. Fa la differenza soprattutto se sta bene fisicamente, altrimenti fatica a gestirsi.

Nell’entusiasmo, nella condizione fisica ottimale, trova la sua dimensione che è oggettivamente non irrilevante. Non è un numero uno e non è un calciatore comune. Ha vinto molto in Ucraina con lo Shakthar Donetsk, abbastanza nel Bayern. Non ha mai, però, alzato al cielo una Champions. Come Dybala e Higuain, che restano ancora le certezze da cui ripartire e che nell’economia del gioco gli sono superiori. Douglas Costa non è sufficiente. Non è il super campione in grado di  trasformare il sogno in realtà. Per vincere a Kiev nella prossima stagione servirà una qualità diversa da altre parti, non soltanto sugli esterni.  È il centrocampo il reparto da rifinire, da rendere più europeo e competitivo.