Stefano Impallomeni

Antenne dritte. E non potrebbe essere altrimenti. Allegri twitta inviando un messaggio molto chiaro: nessuna preoccupazione, ma è meglio stare molto attenti. Il giorno dopo la disfatta di Roma, la Juventus si scopre imprevedibilmente vulnerabile. Niente braccino, per carità. I bianconeri hanno il destino nelle proprie mani. Il sesto scudetto è soltanto rinviato, ma i due gol presi nel secondo tempo in pochi minuti hanno lasciato qualche perplessità, una percezione strana. E soprattutto di questi due gol colpisce il modo in cui sono stati incassati. Merito di una Roma caparbia, ma anche colpa di una leggerezza inedita, di concessioni gratuite. La triangolazione Nainggolan-Salah-Nainggolan, seppur bellissima, poteva essere evitata o se non altro immaginata meglio. Un fatto inedito per la difesa più forte d’Europa, sebbene la sigla vincente della BBC non fosse completa in tutti i suoi effettivi. La sconfitta di Roma, insomma, non pesa in quanto sconfitta. È fastidiosa per il come è avvenuta e lascia qualche piccolo dubbio che, nonostante il potenziale triplete, è necessario conservare.

Il primo dubbio è riconducibile a un fattore mentale. La Juve può vincere tutto o soltanto lo scudetto. I calciatori, l’ambiente tutto, sanno che esiste questa possibilità di fallimento. Specialmente adesso, dopo una legnata del genere che ti toglie le vecchie certezze e aiuta poco il morale. Ognuno, in casa sua, dice la sua. E ognuno, in coro, ripete che a Roma sia mancata la concentrazione giusta. Probabile, ma non del tutto condivisibile. Una rotazione eccessiva, naturale nel corso delle cose dal punto di vista della gestione delle energie, è stata però la causa principale di un flop inatteso. Allegri resta il più bravo, ma cambiare molti uomini, tutti insieme, non ha portato il risultato sperato. La Juve aveva due risultati su tre a disposizione per chiudere la pratica, la Roma uno soltanto per difendere quella Champions diretta che è vitale come l’ossigeno. È questa la differenza che brucia più della sconfitta. Una grande squadra, forte mentalmente, lo scudetto se lo porta a casa a Roma, non lo rinvia prendendo tre reti contro l’antagonista di sempre. Sembra un dettaglio, ma – se ci pensate bene – questa differenza spiega parecchio, apre interrogativi e, parole a parte, preoccupa. La Juve pensava di farcela e di non trovare una Roma così caparbia, orgogliosa e intelligente, che ha tirato fuori una partita umile e furba. Più che mancata concentrazione, da parte bianconera c’è stato un pizzico di presunzione che ha guastato un match in pieno controllo, rinviato un record che andava centrato prima del dovuto senza se e senza ma.

Si possono dire mille cose. Del perché e del per come si sia perso, ma la Juve ha poche attenuanti, pochi alibi e sa di aver sbagliato un obiettivo per definizione. Contro la Roma non è stata una finale, ma è come se lo fosse stata. Allegri fa bene a tenere alta la concentrazione e a sottolineare che perdere così è molto pericoloso. Contro la Lazio sarà più o meno una partita simile. Come quella del 3 giugno a Cardiff contro il Real Madrid. In una finale, diciamo spesso, può succedere di tutto. Ed è l’ultima partita, la partita che conta, a raccontare una storia mitica o banale. Il resto, il passato, conta relativamente. Ti avvicina soltanto a un potenziale straordinario verdetto. C’è un vecchio detto inglese che recita: i dettagli sono sempre nella coda del diavolo. La Juve è abituata a non fallire gli appuntamenti importanti. A Roma, a mio parere, qualcosa non è stato esattamente da Juve. Si faccia attenzione, perché se non dovesse arrivare almeno una doppietta sarebbe tutto molto nella norma. Le storie, belle o brutte, te le ricordi alla fine e quasi mai all’inizio.