Oliviero Beha

Il titolo non tragga in inganno: non sto parlando delle sorti del campionato perché a più di un girone dalla fine molte cose possono cambiare, e la primavera di Champions come quella di Europa League a cui tengono entrambe potrebbe decidere della salute e degli umori delle due squadre. In più c’è di mezzo il gennaio di compravendite che potrebbe modificare qualcosa, anche in base agli infortuni (della Roma, nel caso). Non mi riferisco dunque alla sfida da tripla che dai tempi di Platini e Falcao periodicamente infiamma i tifosi e gonfia i media. Bensì a un assunto più generale in base al quale molto banalmente la Juve vince anche quando perde. Perché? E’ questo il punto, e non c’entrano gli arbitri se avete subito pensato a questo (ovvero c’entrano ma solo in subordine con i soliti discorsi che alla fine allappano e basta).

Juve e Roma: realtà diametralmente opposte

Per spiegarmi meglio partirò da un inedito: provate a immaginare che cosa sarebbe successo tredici mesi fa se al posto della pluridecorata Juventus, vicecampione d’Europa, in crisi fottutissima completata dalla sconfitta a Reggio Emilia con il Sassuolo e quindi abbondantemente nella parte destra della classifica, ci fosse stata la Roma, anche quella Roma allora in crisi con Rudi Garcia. Sarebbe successo l’inferno. L’ambiente capitolino avrebbe crocifisso, e con ragione club, staff tecnico e squadra, come infatti poi ha fatto, e neppure la rivenuta di Spalletti ha del tutto sanato le ferite. A Torino avvenne invece una cosa semplice: forte di una società strappata a Moggi ma figlia di un secolo d’oro almeno calcisticamente, con una rosa di giocatori comunque di valore, con una città seria alle spalle e nugoli di tifoseria ovunque, ha preso la parola napoleonicamente la “vecchia guardia”. Che è un po’ la traduzione pratica di “vecchia Signora”. Buffon in primis e in pubblico, e poi i senatori della difesa in privato- e dietro di loro i recenti e i recentissimi (Dybala) d’accordo con il capitano ma non parlanti- hanno messo all’angolo Allegri e gli hanno chiesto di smettere di “giocare”, di fare esperimenti, di cullarsi sugli allori: loro erano la Juve, e lo erano da un pezzo e in ogni momento. La stamina che li contraddistingue come unica squadra davvero internazionale tra le nostre non poteva essere lasciata ad arrugginirsi così. Allegri è intelligente, ha capito, ha cambiato, ha ripreso i panni del tecnico della Juve dismessi per tre mesi.

LA JUVENTUS VINCE ANCHE QUANDO PERDE
Chiunque conosca la realtà romana e romanista, sa che questo, tra Trigoria e i ristoranti di Viale Parioli fino alle tre di notte, non sarebbe stato possibile. E finora non lo è stato. Troppo diversa la mentalità, per cui uno va alla Juve e si traveste da juventino, uno straordinario giocatore (per i tempi che corrono…) come Radja Nainggolan va alla Roma, e cercano di romanizzarlo verso il basso, fortunatamente per lui e per l’ambiente senza riuscirci. Per questo la Juve vince comunque, anche quando perde. In realtà è Roma, romanista o meno, che perde la sua partita vitale con Torino, malgrado tutto e tutti. Il resto lo vedrete da voi, allo Stadium…(in attesa che ci sia uno Stadium della Lupa, dopo anni di annunci e una proprietà italo-americana alla Alberto Sordi).