Massimo Piscedda

Keita parte titolare, segna e tutto viene dimenticato. Questo è il paradosso che ti porta ad accettare e accantonare i pessimi comportamenti di un calciatore per un gol ed una gara giocata bene. Ritengo il laziale classe ’95 un ottimo calciatore ma ancora molto lontano dai parametri di un top-player, cosa che forse qualcuno ancora non gli ha mai detto.

Keita dialoga poco con i compagni di reparto

Comunque in questa Lazio se parliamo di valori tecnici è giusto che sia titolare. Il suo talento è visibile. Ma anche i suoi limiti lo sono. E’ un individualista, e sapendo che la sua forza è il dribbling, le sue giocate sono focalizzate solo esclusivamente a quello. Non ha capacità di una visione generale nello spazio, non ha il contro movimento che gli permette di ricevere palla in profondità, non ha la personalità di mettere il suo talento a disposizione della squadra, dialoga poco con i compagni di reparto. Tutti questi limiti scompaiono quando prende palla e punta l’avversario creando superiorità numerica e questo tipo di giocata in un campionato italiano rimane impressa a chi guarda, tanto impressa che basta questo per sottolineare una buona prestazione.

Il calcio è un gioco di squadra e tale rimane, il talento fa la differenza quando è supportato dal gruppo. Il solista può essere esteticamente bello da vedere, ma alla resa dei conti rimane fine a se stesso, con la propria eccelsa capacità tecnica accompagnata purtroppo da poca intelligenza calcistica.