Stefano Impallomeni

C’è sempre una coda in un derby perso o vinto. È l’insostenibile pesantezza dell’essere profondamente diverso, di un’infinita rivalità. Fa parte del gioco. Chi vince sfotte e chi perde incassa. Si comincia dal fischio finale. Dallo stadio al bar, per le strade fino al lavoro è un florilegio di sfottò in cui ognuno fa sfoggio della propria fantasia. Il martello del vincente batte sull’incudine del perdente. È un rito da compiere o da subire, una conseguenza storica da accettare. C’è chi sul web si scatena. Ironia, contro repliche, battute divertenti. Il tutto entro un confine accettabile, all’insegna di qualche risata. Altri, invece, non si tengono e soprattutto non si regolano. C’e’ chi sbaglia nell’esultare troppo. Come un vigile impazzito di gioia, che allo stadio libera entusiasmo scomposto per la vittoria della Roma. E uno, come Lulic, un tesserato, sbagliare clamorosamente tempi e modi per non aver digerito la sconfitta della Lazio.

Lulic ha perso una buona occasione per tacere

Lulic va decisamente oltre il buon gusto, facendo un torto alla sua intelligenza e denunciando un grave imbarazzo tra la dirigenza del club biancoceleste. Le offese del bosniaco a Rüdiger non sono state soltanto uno spot contro il fair play, ma sono state davvero di bassissimo livello. Non è retorica dover stigmatizzare un comportamento. Le sue frasi, tra l’altro rilasciate in tv in un post derby non certo epico per contenuti e importanza, sono state inaccettabili. Lulic ha ricordato a Rüdiger del suo periodo a Stoccarda dove, secondo il bosniaco, il tedesco avrebbe venduto calzini e cinture prima di diventare “un fenomeno” nazionale e romanista. Il “vu’ cumpra’”, insomma, che diventa un calciatore forte e famoso.

Sono frasi razziste e bordate gratuite. Parole che non valgono tanti commenti, se non uno in particolare che sintetizza e chiarisce meglio. Dopo l’incitamento dei tifosi laziali a vincere non un derby ma “una guerra etnica”, Lulic ha perso una buona occasione per tacere. Lulic avrebbe dovuto rispondere a Rüdiger in un altro modo dopo l’intervista del tedesco concessa a “Il Tempo” in cui raccontava di non sapere cosa fosse la Lazio, la sua esistenza. Ci sono modi più eleganti e differenti per rispondere alle provocazioni e per far sentire che si è vivi. E specialmente per lanciare dei messaggi. Rüdiger ha sbagliato, ma Lulic di più, perdendo due volte.

LULIC NON PUÒ DIMENTICARE COSA SIGNIFICA ESSERE OGGETTO DI DISCRIMINAZIONE
Non si pareggia mai quando si trascende in offese personali, nella deriva di quella discriminazione che il suo popolo, quello bosniaco, ha conosciuto purtroppo in 4 anni di guerre laceranti e folli proprio per colpa di progetti insani, di violenze inaudite per imporre etnie su altre etnie. Quella guerra, dal ’91 al ’95, è stata uno scempio di proporzioni gigantesche. E rappresenta ancora una ferita aperta, un lutto non del tutto elaborato con una montagna di morti alle spalle. Da quel 3 marzo del 1992, giorno dell’indipendenza della Bosnia ed Erzegovina, lo scontro ebbe un escalation feroce. Dall’assedio di Sarajevo, durato 4 anni, fino al massacro di Srebrenica fu un’agonia indicibile. Una popolazione inerme, distrutta dalla pazzia di criminali senza scrupoli.

Lulic aveva poco più di 5 anni allora e a Mostar, la sua città natale, le bombe cadevano come coriandoli seppellendo vite innocenti. Uno come lui non può dimenticare cosa significa essere oggetto di una discriminazione, qualsiasi essa sia. È meglio ricordarsi cosa può essere una guerra etnica, un massacro, il non rispettare una razza. Uno come lui, intelligente e sensibile, avrebbe dovuto dire a Rüdiger: rispetta la Lazio e pensa prima di parlare, fenomeno. Senza dover ricorrere a sensazionalismi o a “endorsment” di comodo per non aver vinto un derby. Quella coda velenosa è stata davvero inutile e di cattivo gusto. Preferiamo gli sfotto’ in famiglia, che finiscono lì. Tra un sorriso e una rosicata.