Massimo Piscedda

Roberto Mancini ha rescisso il contratto con l’Inter a due settimana dall’inizio del campionato, motivo il rinnovo del contratto stesso. Tre anni ancora di rapporto, le pretese del tecnico, prima i risultati e poi il rinnovo, la posizioen della  nuova società. A pensarci bene forse è giusto così. Mancini ha goduto di molta stima in questi anni, è salito sull’Olimpo dei grandi allenatori avendo fatto qualcosa in meno rispetto ad Ancellotti, Capello, Mourinho e Guardiola, quindi ci può stare che una nuova dirigenza possa avere altre idee.

Chiaro è che ormai l’allenatore non è più la figura principe di una società, quindi chi pensa di allenare ed essere il padrone del vapore commette un clamoroso errore. Forse Mancini è abituato così, ad avere tutto sotto controllo e gestire lui tutte le situazioni, ora con l’arrivo degli stranieri investitori tutto cambia. Il desiderio di apparire quotidianamente sui giornali è diventata una malattia che ha contaminato anche i dirigenti e questo spiega forse il malumore che si è creato nella società milanese dove troppe personalità spiccano e non collaborano. Mancini è tornato all’Inter con l’idea di poter recuperare una situazione difficile, con una squadra che aveva ormai perso anche il suo blasone, non c’è riuscito, e questo può capitare anche al più bravo degli allenatori. Quando si rompe con una società, il motivo deve essere la mancanza di progetti e obiettivi non quello del rinnovo. Questo comportamento mette in moto delle dinamiche da parte della società, che sente in diritto di poter criticare il lavoro svolto e di pensare a sostituire l’allenatore, che non è un papa, ma è sempre rimpiazzabile in qualsiasi momento.