Stefano Impallomeni

Maradona tende una mano e non è quella “de Dios”, galeotta, che buggerò gli Inglesi al Mondiale in Messico nell’86. Nel suo Mondiale vinto e griffato quasi da solo, con gol epici e giocate non più ripetibili nella recente storia del calcio. Dieguito, questa volta, tende una mano diversa e non tocca furtivamente un pallone per spedirlo in rete. Dalla rete, su Facebook, si fa sentire, alla sua maniera, sul Caso Nazionale, che è diventato il “Caos” Messi, il calciatore più forte del pianeta, disintegrato dagli eventi finali, sconfitto nell’ennesima occasione perduta, o meglio, mai presa al volo con la maglia della sua Argentina. Maradona, nel suo messaggio diretto a Messi, non nasconde nulla. Fa coraggio al fuoriclasse, lo invita a non mollare e a parlare con lui. Accenna a una specie di strategia da parte della dirigenza della Federcalcio argentina che avrebbe caldeggiato il suo addio, o perlomeno, lo avrebbe suggerito, stimolato. Non credo che Messi abbia ricevuto alcuna pressione. Messi ha deciso con la sua testa, da solo e neanche male accompagnato. Ha ripetuto, a più riprese, come un tormentone, il perché della scelta. Dopo 4 finali perse, gli sembrava opportuno dire basta. Ed è qui che Messi sbaglia.

 

La forza di reagire contraddistingue i fuoriclasse

Un fuoriclasse, se non costretto e impedito da forze esterne, non molla mai. Reagisce, coltiva la rivincita, non si spegne e non analizza la sconfitta come un ragioniere. Pensa e ragiona da numero uno. E, dopo la partita persa con il Cile, non dice addio. Non può permetterselo, anche se in quel momento potrebbe pensarlo. Messi si è dimenticato di chi è e di cosa rappresenta. Ha più oneri che onori. È il simbolo di una nazione, l’immagine di un popolo calcistico. Dopo il Papa e Maradona, soprattutto in Argentina, Messi resterà indissolubilmente un orgoglio senza tempo. Ecco, perché ha sbagliato a dire addio. Ad appena 29 anni decidere di vivere senza nazionale. Non è immaginabile pensarlo. È vietato dalla legge calcistica. È vietato dal buon senso comune. In questo sì Maradona farebbe bene a convincerlo, ma non creda alla strategia malefica della Federcalcio argentina. Maradona non è Messi e viceversa. Messi non ha la sua capacità di combattere. Con se stesso e contro dei nemici che a volte si creano per trasformare le cose da normali a straordinarie. Messi è un tipo così: naviga d’inerzia su un talento eccezionale, non discute i suoi limiti caratteriali, non li supera, li accetta pacificamente. Non ha mai vissuto veramente delle crisi. Questa è la prima, vera, della sua carriera. Una sorta di crisi esistenziale per uno come lui, uno nato argentino e cresciuto in Spagna. Le crisi vanno vissute e superate. Nella sua vita ci sono stati grandi momenti di calcio, unici, epocali. Con l’Argentina si è scoperto piccolo, indifeso, terribilmente normale nell’atto finale. Ognuno ha i suoi buchi neri, dei punti indefiniti, mai riempiti fino in fondo. Messi deve reagire. Da fuoriclasse. Maradona gli può dare una mano a farlo riflettere, lo può convincere di continuare a giocare per il suo Paese, che forse non ha mai sentito suo, ma non so se basterà a fargli vincere un mondiale in Russia. Messi con l’Argentina soffre d’ansia da prestazione. L’ansia che gli ha trasferito il confronto eterno con Maradona e la sua personalità ingombrante. È un problema superabile. Se Messi vuole ce la può fare e potremo dire che sarà finalmente completo. Vincente, come merita.