Fernando Orsi

Eravamo tutti un po’ scettici, io per primo, su come la banda Inzaghi avrebbe affrontato questo campionato, impegnata com’era a giocare tre competizioni contemporaneamente. Non che gli impegni europei della Lazio mi dispiacciano, anzi; è solo che a vederla oggi nel mondo dei grandi, mi è salita su la sensazione di essere tornato indietro di qualche anno, quando i miei figli adolescenti uscivano la sera per le prime volte. Un po’ in pensiero, ecco.

Uscendo di metafora, credo che almeno all’inizio fossimo tutti un po’ scettici innanzitutto sulla rosa, per molti un po’ corta, alla conferma di un allenatore giovane che non doveva, e non poteva, smentire gli ottimi risultati l’anno precedente. Scettici, poi, anche sulla gestione del turn-over per campionato, Europa League e Coppa Italia. Scettici, infine, sulla partenza di Biglia e Keita, che poteva rappresentare un’insidia non da poco alle certezze e a quelli che fino a poco prima dell’inizio del campionato erano considerati i valori aggiunti.

Ebbene, ci siamo sbagliati. Tutti. Quantomeno io. Soprattutto non mi aspettavo che il valore aggiunto di questa squadra fosse proprio colui che era considerato l’anello debole della catena: Simone Inzaghi. E invece è lui l’artefice di questo piccolo capolavoro sportivo che piace veramente a tutti, appassionati e non. Inzaghi è riuscito a far dimenticare Keita e Biglia con Luis Alberto e Lucas Leiva; è riuscito a gestire il turn-over responsabilizzando giocatori come Marusic e Strakosha e consegnando le chiavi della squadra a due giocatori che secondo me rappresentano più di altri la sua anima: Immobile e Milinkovic-Savic.

Il tecnico, infine, ha dato alla squadra una mentalità da grande club, infondendo nelle loro menti il principio, semplice quanto fondamentale nel calcio, di pensare a una partita alla volta. Ciò ha permesso alla squadra di scrollarsi di dosso pressioni che negli anni passati hanno portato a esiti negativi.

Domenica c’è il Milan, squadra che, numeri alla mano, la Lazio non batte in casa dal 1989 (in quell’occasione grazie a un autogol di Maldini; io c’ero). Quale occasione migliore quindi per interrompere un tabù che si protrae ormai da quasi trent’anni?

Il Milan arriva a questa partita dopo la vittoria in rimonta sul Cagliari. I ragazzi di Gattuso hanno trovato, se non ancora il gioco, la capacità di saper soffrire, tanto cara al suo tecnico. Inoltre sono cresciuti tre giocatori che fino ad ora avevano deluso: parlo di Kessie, di Biglia e di Kalinic. Il Milan in questo momento può essere alla portata della banda Inzaghi, a patto che la squadra biancazzurra metta in campo quell’umiltà abbinata alla fisicità e alla tecnica che l’hanno contraddistinta fino ad ora.

Concludendo: Milan-Lazio, una sfida che rischia di invertire il corso degli stereotipi. La squadra di Lotito, a questo giro, mi sembra parta da favorita.