Bobo Craxi

Non è tempo di fare bilanci sull’andamento della squadra rossonera, ma chi non si era fatto illusioni quest’oggi può attutire meglio l’impatto di una sconfitta rovinosa. Erano tuttavia esattamente vent’anni che il Milan non perdeva in campionato con tre gol di scarto contro la Lazio all’Olimpico. In panchina c’era Sacchi, a guidare una squadra in piena rifondazione per il trapasso generazionale fra gli olandesi che avevano vinto tutto e i nuovi acquisti, alcuni buoni, alcuni meno. Partiamo da questa constatazione: anche la scintillante campagna acquisti del Milan comprende alcuni nomi buoni ed altri meno. E non fa piacere d’altronde sentirsi rimproverare che il solo appannaggio del portiere Donnarumma può benissimo ricoprire cinque ingaggi di quella Lazio che lo ha battuto nella sua porta quattro volte.

La propaganda sulla straordinaria campagna degli acquisti non corrisponde, come era facilmente prevedibile, alla bontà dei risultati. Non è tempo di bilanci, ma quel che latita è un’idea di gioco, una capacità di adattamento alle caratteristiche dell’avversario, la rapidità degli scambi, la duttilità delle tattiche per aggredire il campo altrui, l’intesa difensiva. Si può lavorare sui difetti, ma quello che salta agli occhi non è né più né meno quello che appariva negli anni della lunga crisi milanista: discontinuità, pause nella fase difensiva, assoluta mancanza di leader che possano prendere in mano la squadra anche nei momenti difficili.

Il Milan è un patchwork di talentini internazionali e di giovani promesse italiane ma non dà l’impressione di essere tornato una squadra autorevole, anche se nei campi avversari é temuta e lo sarà lungo tutto il corso del campionato. Ascoltando le parole del tecnico Montella, non si è avuta l’impressione della consapevolezza che certi difetti di fondo sono nella struttura del gioco che ha pensato di infondere a questa squadra. D’altronde la sua Fiorentina è stata un’altra incompiuta e non mi pare che il tecnico abbia mai portato le sue creature al di là di un certo livello.

Grandi tecnici delle ricostruzioni sono stati, in diverse fasi della storia del calcio italiano, degli allenatori di esperienza. Lo fu Zoff che resuscitò una Juve moribonda, lo fu Liedholm alla fine degli anni ’80 col Milan, lo fu Capello con la Roma che ereditò il buon lavoro di Mazzone, lo é stato Simoni per l’Inter che anticipó di qualche anno la stagione dei successi di Mancini e Mourinho, lo é stato Rijkaard al Barcellona ed anche all’Ajax. Si dicono cose scontate perché la “retrotopia” ovvero la nostalgia del passato come consolazione del presente, é l’utopia dei giorni nostri, ma anche nel caso del calcio si è esaurita la fase della sperimentazione.

I tre allenatori post-Allegri del Milan sono stati una sperimentazione, quando sarebbe stato più utile ed anche onesto andare sull’usato sicuro. All’Olimpico mi viene da pensare che sarebbe stato bello vedere sulla panchina Mauro Tassotti, l’ex laziale; ma può darsi che sia sin troppo prematuro (ed immaturo) dare la colpa all’allenatore di una sconfitta. Diciamo che é stata a causa del tempo calamitoso, aggiungendo che in altri periodi di fronte a sconfitte sul campo il Milan riusciva pure ad ottenere la sospensione delle partite… Ma questa é un’altra Storia. Ne riparleremo.