Bobo Craxi

La dirigenza rossonera, alla fine di un autunno orribile sul piano sportivo e a quanto pare persino su quello finanziario, si acconcia finalmente a fare quello che il rossonero medio avrebbe fatto da tempo: dare il benservito all’allenatore, dopo sconfitte e delusioni ripetute e a fronte di una trionfale propaganda che aveva indubbiamente illuso il milanista che si era voluto fare illudere. Arriva una figura mitologica per il popolo rossonero: Rino Gattuso, con tutti i suoi soprannomi di marca Pellegatti. Graffio dell’anima, Raisul il magnifico signore del Reef, il Vento e il Leone, protezione civile, la tigre che ama la carne fresca. Ma comunemente conosciuto come Ringhio.

La storia degli ex rossoneri sulla panchina del Milan

Si era posizionato, da ionico intelligente come é, sulla panchina della Primavera, ben conoscendo il cursus honorum che in genere tocca gli ex milanisti che intendono intraprendere una carriera da tecnico. Capito così all’indimenticato Ginone Maldera I, capostipite di una famiglia cara al popolo rossonero. A Stefano Nava, che allena le giovanili come Eranio e Filippo Galli, che sovrintende a tutto il settore giovanile. Ma più in generale esiste una storia di uomini che hanno vestito la maglia rossonera in campo e sono stati successivamente i responsabili della panchina.

Il primo fu certamente il vecchio Trap, che nella stagione 75-76 con al suo fianco Cesare Maldini sostituì un deludente Gustavo Giagnoni. Fu la volta poi di Giacomini, una riserva nel Milan che trionfó a Madrid contro l’Ajax del giovane Cruijff.  Indimenticabile fu Nils Liedholm, che nel 1961 si sedette sulla panchina ad assistere Gipo Viani arrivando direttamente dal campo, fece l’allenatore per due annate (dal ’64 al ’66) e successivamente in altre due riprese. La prima dal 1977 al 1979, quando vinse l’agognata stella del decimo Scudetto. Poi transitó a Roma per cucire il secondo titolo ai giallorossi e ritornó a Milano per stare più vicino al suo Barolo, per tre annate rossonere non indimenticabili ma che aprirono il ciclo berlusconiano.

Gigi Radice, indimenticato terzino, allenatore granata del primo scudetto del Toro dopo la tragedia di Superga, condusse il Milan alla retrocessione diretta in serie B nei primi anni 80. Fabio Capello dirigeva il traffico del centrocampo rossonero (provenendo dalla Juventus) e successivamente fu l’allenatore-manager del ritorno nelle Coppe Europee e poi degli scudetti record. Anche Carletto Ancelotti arrivo al Milan in tarda età, giusto il tempo di vincere quello che non vinse mai alla Roma. Dopo un apprendistato all’ombra di Sacchi fu richiamato in servizio per aggiustare una stagione compromessa dalle stravaganze del turco Terim; fu un allenatore di trionfi nazionali ed internazionali e anche di clamorose sconfitte, ma sempre considerato un milanista a tutto tondo.

Per seguire questa tradizione rossonera furono poi investiti direttamente da Arcore ben quattro ex giocatori, ritenendo possibile che il filo conduttore della memoria e dell’indulgenza del tifo rossonero potesse supportare anche un’esperienza pressoché inesistente. Il brasiliano Leonardo, piccato per il suo esonero, arrivo persino a sedersi sulla panchina dei cugini nerazzurri. Pippo Inzaghi, dopo aver sgomitato in area e fuori per ottenere il posto che pensava di aver meritato dopo una vittoria nel Viareggio con i ragazzi, non ottenne miglior sorte. Ma i veri fallimenti targati Arcore furono Clarence Seedorf, dal piglio imperiale olandese, ma con scarsa duttilità italica, e Christian Brocchi, che per la verità mancó di un soffio la vittoria in una sfortunata finale di Coppa contro la Juve.

Gattuso, uno che sa rimboccarsi le maniche

Rino Gattuso arriva in corso d’opera. Il Milan ha un grave ritardo ma soprattutto é circondato dal clima di sfiducia e rassegnazione che lo fa tanto assomigliare al Milan degli anni settanta: una squadra di blasone che si dimenava fra incertezze tecniche e finanziarie. Gattuso ha una lunga gavetta di vita sportiva, arrivó al Milan quando già aveva solcato i campi scozzesi e divenne idolo e mito (non solo per i rossoneri) per il suo carattere indomito e per l’atteggiamento schietto del meridionale che si é sempre dovuto rimboccare le maniche per ottenere dei risultati. Ha trasferito anche nelle società di cui é stato allenatore lo stesso spirito, d’altronde erano società e città di frontiera quelle in cui si é trovato ad operare: Pisa, Palermo e la stessa Sion, seppure città di tradizione calcistica. Ma é nella Grecia (Creta) della crisi economica che Gattuso ha saputo trasferire il suo carisma calcistico ad un ambiente fiaccato ed impoverito. E per questo il calcio greco gli é ancora debitore.

Ora però é a Milano. E non parlo di Milanello, che conosce come le sue tasche, ma di Milano, che accetta più volentieri i suoi dirigenti quando questi sono discreti, lavoratori e privi di fronzoli. Gattuso viene dal profondo Sud ma non é del tutto un provinciale, i suoi risparmi li ha investiti a Montecarlo e non in Calabria, dove tuttavia continua a sostenere le attività di famiglia. Sa che é l’ultimo superstite della stagione berlusconiana, che é una figura mitologica del calcio italiano e che subentra al posto di una delle più grandi promesse mancate del calcio italiano in tema di panchine, quel Montella che non si arrendeva mai di fronte alle evidenze, come quel portavoce di Saddam che negava che le truppe americane fossero entrate a Baghdad.

Gattuso parte con dei bonus acquisiti. Peggio non potrà fare, ma dovrà portare con se tutto il suo grande bagaglio di esperienze calcistiche e un po’ di fortuna. Perché quella é mancata e magari in questo caso sorreggerà non la società, che si sta salvando in corner, ma tutto l’ambiente, che é disposto sin da ora a perdonare le difficoltà, che non mancheranno. Ma a Gennaro Gattuso certo nessuno finirà mai di riconoscere che sia un uomo coraggioso. Dentro il terreno di gioco e fuori.