Paolo Graldi

La circostanza, piuttosto rara, di potersi godere la mattina il mondo della Moto, e non solo del MotoGp e quello della Formula Uno, i primi a Phillip Island in Australia, i secondi ad Austin, negli Stati Uniti, i campioni delle moto all’alba, i piloti delle quattro ruote la sera, questa circostanza, dicevo, ci introduce su un terreno normalmente poco esplorato: il rapporto tra i team, i piloti e il loro pubblico. Diverse e significative le differenze. Di stile, di sostanza, di approccio con gli eventi e il pubblico, di linguaggio. I diversi Valentino Rossi, Marc Marquez, Jorge Lorenzo e giù giù fino a prendere confidenza con i campioncini (di belle speranze: molti parlano italiano, pardon romagnolo) dispiegano un modo di raccontarsi affabile, colloquiante, spesso umile nel riconoscere gli sbagli e poco trionfalistico nel celebrare vittorie e podi, che pure sono intessuti di grandi meriti. Su quelle moto la sfida della velocità è davvero fortissima.

Valentino Rossi

Valentino Rossi da sempre offre un’immagine gradevole, spontanea e accattivante

I piloti delle moto sempre più vicini al grande pubblico

Le nuove tecniche di telecamere e telecamerine dappertutto, ci mostrano nel dettaglio ogni fase della corsa, dai particolari sui duelli ravvicinatissimi, con i brividi dei colpi di carena nei sorpassi in curva o a trecento e passa all’ora, ai totali o dall’elicottero sulle piste dove di “apprezzano” voli da circo (Pedrosa catapultato in alto oltre i quattro metri, Lorenzo proiettato a tre metri verso il cielo che si schianta sull’asfalto, senza contare le scivolate con le moto impazzite che si esibiscono a mezz’aria in giravolte mozzafiato): tutto questo spettacolo da vertigini va conferendo a questo sport un rinnovato interesse del grande pubblico. E di conseguenza ci avvicina ai suoi protagonisti. Senza entrare nel dettaglio dei nomi e dei personaggi stiamo cominciando a conoscere e riconoscere i volti dei capi squadra, dei meccanici in prima linea, entriamo nei box al rientro dei piloti dopo le prove o dopo le cadute, viviamo in diretta ogni tensione, ansia, sospiro, gioia, delusione. Un caleidoscopio di sentimenti coloratissimo, intenso, ristretto nello spazio e nel tempo, senza pause di compiacimento. Un piccolo mondo che sa di officina vecchio stampo, dove ognuno recita il proprio ruolo in silenzio, con compostezza, meticolosamente e tutto si scioglie in un sincrono di gesti e di sguardi che ricercano la sintesi verso la perfezione del mezzo da consegnare al pilota. I piloti, insaccati nelle loro tute rigonfie di protesi protettive, avvolti nei caschi dove la grafica e la fantasia esplodono ad ogni corsa in forme diverse, si accucciano in cantucci ricavati negli angoli dei box, uno scaffale per riporre casco e guanti, una poltroncina anatomica per sdraiarsi e riprendere fiato. Il tutto avviene in una atmosfera familiare, amichevole, quasi casalinga. Pacche sulle chiappe e sulle spalle, sguardi di complicità, sorrisi o mugugni a seconda delle circostanze.

Ma è nelle brevi interviste, nella disponibilità a lasciarsi fare domande o nel rispondere a quelle di rito durante le conferenze stampa che i centauri del Motomondiale offrono di sé un’immagine gradevole, spontanea, accattivante. Certo che anche tra loro ci sono rivalità forti, qualche volta fortissime e certe storie in pista e ai box hanno nel recente passato alimentato contrapposizioni veementi, giudizi al lanciafiamme e si è sfiorato l’odio, miscela davvero esplosiva quando il lavoro consiste nel tenere in piedi una motocicletta che viaggia a trecentotrenta chilometri all’ora e arriva ai settanta in meno di cento metri. Le ruggini tra Rossi e Marquez con il pepe nero di Lorenzo sono ferite (ci è andato di mezzo anche il titolo mondiale di Valentino nel 2015) che non si rimarginano facilmente e forse non guariscono mai perché attengono alla sfera della stima, della correttezza, del cuore. E tuttavia, l’immagine di insieme del grande circo a due ruote guadagna simpatie, forse anche perché da queste parti, con poche eccezioni, il pericolo è tanto e i soldini per ripagarlo non altrettanto copiosi.

Altro clima in Formula Uno

Tutt’altro clima in Formula Uno. Non da oggi. Le moto sono quelle dei fratelli coraggiosi ma poveri, i bolidi sono per piloti da milioni di euro, aerei personali, gran mondo intorno, visibilità planetaria. Qui i piloti sono come in un set permanente: attori di una sequenza infinita, scandita da riti che si stanno perigliosamente appannando. Lo spettacolo non è più lo stesso di una volta, certe gare dopo la prima curva si dipanano in una noiosa teoria di passaggi sempre uguali, dove piloti e marche si contendono le poche posizioni elette dopo le tre squadre di punta dove però il vero gioco per la vittoria è ormai ristretto ai soli Hamilton e Rosberg sulle due Mercedes che sembrano partecipare a questo campionato come se fosse per un’esibizione di beneficenza. Nel rapporto col pubblico, al di là delle diverse personalità, i piloti di Formula Uno risentono molto delle tensioni dell’ambiente dove il velo del sospetto e degli scambi segreti aleggia quasi su tutto. Parlano poco e malvolentieri. Ricciardo dispone di venti parole in italiano e le spende allargandosi in un sorriso permanente e qualche volta senza senso, Raikkonen non dice qualcosa di diverso dalle venti parole che spende anche in inglese da anni, spiega che la prossima volta andrà meglio e che ce la metterà tutta, Vettel si era molto prodigato per piacere all’immenso e generoso popolo Ferrarista ma anche lui si è stancato di dover commentare o errori di strategie o scatafasci in pista per lo più colpa di altri.

Hamilton e Rosberg rispettivamente primo e secondo nel Gp Usa

Hamilton e Rosberg rispettivamente primo e secondo nel Gp Usa

A proposito sono dieci anni che la Ferrari non vince un titolo Mondiale Piloti e Costruttori (l’ultimo di Raikkonen nel 2007): dieci anni sono tanti, bisogna riandare al grande Schumacher per rivedere le foto dei trionfi continuativi della Rossa. Dieci anni di cambiamenti di tentativi, di passaggi di mano al vertice, di rinnovo e cambio di piloti sono un movimento tellurico assai lungo, che continua a scuotere la più mitica e titolata squadra del Circo ma che non sembra riuscire ad uscire da una paralisi progettuale che la ponga autorevolmente alla pari delle Frecce d’Argento. Alonso, lo spagnolo fumantino, ecco un pilota che piace, alla mano, disinvolto, che sa anche essere sgradevole nella schiettezza di certi giudizi (“Datemi una macchina!”, gridò in una delle ultime gare su una Rossa) ma è sempre disponibile a spiegarsi nei torti e nelle ragioni. Forse è lui il più dotato nell’attuale lotto dei campioni ma le delusioni delle troppe e vane attese lo stanno logorando e gli anni passano anche per lui.

Rosberg è simpatico, alla mano: ride e scherza se vince, si abbatte a si ritrae se perde. Il carattere lo aiuta sul podio, assai meno quando è costretto a guardare dal basso chi ci sale. Hamilton ride per mostrare la candida dentatura ma è complessato, deve tenere al guinzaglio un ego ipertrofico che affonda le radici nella sua storia personale. Ha bisogno di distinguersi, di apparire comunque diverso, originale, unico e quanto a gusto non lo aiutano i catenoni d’oro con il crocifisso appeso e tante altre stramberie di campione maledetto. La carriera dell’inglese parla chiaro e si merita tutto il rispetto ma certo nel rapporto con il pubblico è evidente che la lingua non è il suo forte e dunque si racconta come lo obbliga il contratto: poche e poco sentite parole. Il mondo di lusso, lo squadernamento di vip ad ogni gara, la visibilità mondiale consentono alla Formula Uno, grazie ai poderosi interessi che la sorreggono, di avere la più parte delle luci della ribalta. E’ un tesoro che potrebbe dissolversi perché si sente sempre più forte il bisogno di nuove idee, di una nuova concezione delle corse nelle quali la bravura e la valentia dei piloti siano in primo piano, davanti a noi che aspettiamo i brividi della corsa e vogliamo premiare il coraggio e l’ardimento. Come ai vecchi tempi. Guardando al futuro con un occhio al passato. Poi torneranno anche gli applausi.