Stefano Impallomeni

Tra Mourinho e Wenger sono volati quasi sempre stracci. Offese, insulti e dichiarazioni senza esclusioni di colpi. Anche lì tra i due, come in campo,  ha vinto spesso Mourinho, che si è superato definendo il francese il re dei fallimenti. Secondo il portoghese il gioco non è valso la candela: tanti, troppi anni all’Arsenal e poche vittorie in relazione agli anni trascorsi a Londra nelle vesti di manager e istruttore di gioco. Mourinho non perdona e affonda lì dove il terreno è  fertile.

Quantifica i valori, li pesa e li vende a tutti, marcando la differenza dei trionfi, del dove e del quando. Mourinho ha lasciato il segno ovunque, Wenger ha messo delle tacche qua e là, mai protagonista in Europa e solo, diciamo così, la miseria di 3 Premier in 20 anni di Arsenal. Mourinho ha invece invaso con personalità tre, quattro paesi, al tempo stesso divisivo e conquistatore. Il Porto, l’Inter e il suo primo Chelsea sono i capolavori di una vita. Champions difficili, per nulla facili, da conquistare. E una Premier pesante e storica da vanto. Imprese conseguite non tanto grazie al gioco espresso quanto alla forza di un gruppo di uomini. Al portoghese è bastato qualcosa più del necessario: avere dei campioni per tramutarli in squadra. Per lui è stato fondamentale allenare le menti prima che la tecnica. Con lui i giocatori bravi si trasformano in bravissimi, quelli meno bravi in utilissimi. Dettagli da Special One, che gli hanno conferito fascino e rispetto. Quel rispetto che ultimamente sembra svanito. Alcuni sostengono che sia superato. Altri, tra i quali Cantona, ex Red Devils, lo sostengono ancora. Wenger, al cospetto del portoghese, è un peso piuma. Un perdente di successo, appeso a una filosofia, a un’idea utopistica del calcio, ossia quella di vincere perché l’allenatore è più bravo dei calciatori che allena.

Wenger Arsenal

Il francese paga una distanza con le regole immutabili del calcio. Prima del manico, ci sono i calciatori bravi e intelligenti. Vinci grazie ai campioni e se sei bravo a farti seguire. Il suo snobismo è forse il vero limite della carriera. Con lui i giocatori hanno lampi di classe, armonia nel giocare, mai una continuità feroce. Sono soltanto belli, spettacolari e poco decisivi. L’Arsenal è come un bel film. Ti prende, lo segui con partecipazione, ti diverte, ti esalta e poi ti delude, lasciando un finale banale, vuoto, indefinito. Alla fine l’Arsenal trasmette rabbia e rodimento. Ti illude e poi ti molla. Non ti ricordi granché. Wenger vs Mourinho è un dualismo abbastanza inevitabile. Sono agli antipodi in tutto. In campo il portoghese non ha mai fatto fatica. Wenger ha racimolato soltanto briciole. Una sola vittoria, in Community Shield, in 15 incontri ufficiali e mai una vittoria in Premier. Un disastro, una frustrazione inarrestabile, destinata a continuare. All’Old Trafford, domani, sarà Manchester United, sarà ancora Mourinho. E se non lo sarà è uguale. Preferisco sempre Mourinho a Wenger, più presuntuoso di quanto non voglia far sembrare. Il francese non si discute. È bravo, ma 20 anni all’Arsenal senza vincere una Champions è un  handicap da considerare, un buco nero davvero inspiegabile che lui non ha mai voluto spiegare fino in fondo. Ora, però, sosteniamolo. Almeno fuori dal campo. Ha fatto sapere di voler azzerare il passato burrascoso delle dichiarazioni. È per la stretta di mano, per un segnale di pace. Mourinho ovviamente non ha accettato e alla prima occasione ha attaccato il suo rivale: “Lui viene sempre rispettato, io no. Anche se ho vinto 18 mesi fa, c’è chi non lo fa da 18 anni”. Incorreggibile Special One.