Stefano Impallomeni

“Commitment”. Impegno. Mourinho riparte così. Una sola parola che non assicura i successi, ma che spiega l’attualità. La mentalità deve assolutamente cambiare attraverso un’applicazione costante. Il messaggio è chiaro. A Carrington non è ancora tempo di bivacchi e di rese anticipate. Si lavora e si cerca di capire come rilanciarsi, dopo batoste eccezionali e, soprattutto, dopo slogan alla Special One. E’ il ridimensionamento obbligato, vista la realtà del presente. E non potrebbe essere altrimenti, perché trovare alibi confusi e presunti colpevoli sarebbe davvero inutile. Sarebbe l’anticamera di un altro colossale fallimento. La stagione è lunga e quasi tutti i top club non sprizzano salute. Si stenta nella continuità, a fare il vuoto in un campionato ancora apertissimo. Mourinho, quindi, garantisce impegno e aspetta momenti migliori. Per ora soltanto questo, perché forse neanche lui conosce fino in fondo il motivo di questa flessione inattesa, non preventivata. La sua speranza è di riprendersi lo United, cancellando al più presto una serie di nenie anonime e fastidiose, di partite giocate senza gioco, senza testa e senza tanta voglia di fare la differenza. Tanto impegno sì, anche se non sembra bastare.

Mourinho si è scusato con i tifosi del Manchester United

Le scuse ai tifosi del Manchester United rappresentano il minimo sindacale. Scuse sacrosante e dovute, per certi versi sorprendenti per uno come Josè Mourinho, che in questa circostanza è più attento del solito a misurare le parole. I bonus vincenti della sua carriera paiono in scadenza. Meglio evitare iperboli comunicative. La spettacolarità della comunicazione, in questi casi, può trasformarsi in un autogol. Meglio mettere da parte il “bullismo” dialettico, che avrebbe effetti ancora più negativi. Meglio aprire l’ombrello della difesa silenziando uno stile, per ripararsi dalla pioggia delle polemiche e degli attacchi diretti. In Gran Bretagna qualcuno lo ha già cerchiato. Lì, tra i peggiori allenatori, nel mirino dei tabloid che l’hanno trasformato in  “Humiliated One”, dopo il rovescio di Stamford Bridge, dopo il poker firmato Conte. Per qualcuno sarebbe vicino alla bollitura, vicino a un altro esonero eccellente, nei pressi di una fine storica. Dopo Moyes e Van Gaal, anche Mourinho non è più al sicuro, anche se lui reagisce, non molla e rialza subito la testa. Dopo l’umiliazione in Premier con il Chelsea, la “vendetta” contro Guardiola, il suo nemico di sempre. Saldata la sconfitta in Premier con una rivincita di misura. Un derby vinto che vale una qualificazione ai quarti di Coppa di Lega. E che vale molto, perché è già un verdetto, elimina l’avversario più temibile, definisce un obiettivo.  Mourinho aveva promesso il riscatto. “ Siamo uomini, non bambini”. Mata, con il suo gol, sancisce una tregua,  forse tracciando una nuova dimensione. Durante l’anno capita di vivere crisi più o meno profonde, di non farsi capire, sebbene le premesse per un riscatto completo non siano così certe. Lo United appare vulnerabile. Lascia, quasi sempre, le cose a metà, non le completa. Nonostante l’ultima vittoria con il City, l’altra parte di Manchester è ancora dentro una crisi. Dentro un enigma, dentro problemi oggettivi chissà quanto risolvibili. Lo United non è ancora una squadra forte. E’ intermittente. Butta fuori del talento qua e là. Crea in maniera disordinata.

 IBRAHIMOVIC ALLO UTD NON SEMBRA UN LEADER
In attacco ci si aggrappa a Ibrahimovic, che non sembra avere più dentro di sé il sacro fuoco del leader. Lo svedese appare un centravanti ancora bravo, ma non più la soluzione finale che decide un percorso. Pogba galleggia in un centrocampo in cui non si conosce il vero punto di riferimento. Il francese gira a vuoto e gira a vuoto non tanto per colpe sue. Rushford e Martial non danno gioventù e imprevedibilità. Regrediscono in un’età in cui solitamente si cresce, si fa una differenza inconsapevole e importante. Ci sono poche scintille positive. C’è poca vita nel gioco dei Red Devils. Senza dimenticare che in difesa si balla spesso, si teme più del dovuto.  I conti, insomma, non tornano. Lo United è finito in un ciclone di dubbi. Da questa formazione, in estate fin troppo celebrata, emerge probabilmente la causa di questo mezzo disastro, che è più ambientale che tecnica. Con due personaggi al centro della scena, divisi da tutto e da una storia non del tutto irrilevante. Da una parte Mourinho e dall’altra Rooney, la bandiera ammainata in panchina, trascurata senza una ragione profonda. Il portoghese ha sottovalutato un problema, un grande problema. Rooney, ad appena 31 anni, non è così facilmente pensionabile. E non ha un passato comune. E’ stato il capitano di mille battaglie. Dopo Charlton, è la storia dello United e non può essere liquidato in questo modo, confinato nell’ordinaria amministrazione, sacrificato nel nome di tattiche invisibili e alquanto discutibili.

ACCANTONARE ROONEY E’ STATO UN ERRORE
A gennaio, Rooney potrebbe andare via per giocare altrove, per avere più spazio. A mio parere, è questa la situazione paradossale, il vero disagio della crisi. Il simbolo dello United ai margini, fuori dallo spogliatoio dove veramente nasce una squadra, dove si decidono i destini. Mourinho dovrebbe riflettere bene su questo tipo di scelta. Il Rooney detronizzato non è così politicamente vantaggioso. E’ un errore, almeno fino a quando Rooney vestirà la maglia dei Red Devils. Come un errore è stato quello di confessare il suo stato d’animo fuori dal campo in un’intervista rilasciata a Sky Sport Uk. La sua vita privata sarebbe un disastro, come il suo Manchester. Blindato in albergo, senza più famiglia al seguito, ordinando, tramite app varie al pari di uno studente universitario, pranzi o cene per non imbattersi nei paparazzi di turno. Davvero un ambiente caldo, quello di Manchester. Da capire meglio. E per capirlo meglio sarebbe utile parlarne con Sir Alex Ferguson, il quale potrebbe aiutarlo. Il portoghese si interroghi e si affretti a ricompattare tutti i pezzi, per poi ridare una nuova identità tecnica alla squadra. Rivaluti Rooney. Lo rimetta al centro del progetto, lo faccia sentire importante e si lasci coinvolgere da Manchester, senza rimpiangere Londra. Perché un Mourinho così, due volte perdente, con due fallimenti alle spalle per due anni di seguito, farebbe ancora più notizia. I tabloid inglesi stanno già preparando i titoli.