Stefano Impallomeni

Dopo due anni di purgatorio, il Parma torna nel calcio che conta. Quello che più o meno è sempre stata la sua dimensione, tranne l’era d’oro legata a Tanzi, con le sue vittorie epiche. E con calciatori eccezionali, che seppero conquistare tra l’altro l’ultima Coppa UEFA tricolore, l’ultimo graffio europeo da parte di un club italiano in una competizione che ora si chiama Europa League. Il Parma vince con merito e torna in serie B. Dopo il fallimento, il doppio salto. Dalla D alla B. Merito di un gruppo straordinario guidato da D’Aversa e da Lucarelli, combattente indomito e leader vero. Senza far torto all’Alessandria di Pillon, era l’epilogo che in molti si attendevano. I tifosi crociati non ne potevano più. Presi in giro, derisi per una cattiva gestione e ora in blocco in festa per una città bella, molto vivibile, in cui ho vissuto e in cui ho potuto conoscere una delle figure più belle della storia del calcio emiliano.

Questa promozione, a mio parere, va dedicata a Ernesto Ceresini, il Presidente, l’uomo buono e burbero che amava il Parma come la sua famiglia. Ci sono analogie con quel 1979, anno della storica promozione in serie B. Il suo urlo di gioia, la sua felicità, il suo modo inconfondibile di essere uno dei tanti. E invece, no. Per tutti i tifosi è stato il Crociato dei Crociati. Il parmigiano doc. Ceresini è stato e sarà sempre il simbolo del Parma. Il geometra era una persona speciale. Una persona per bene, gentile, dal cuore d’oro. Già, quel cuore che lo ha fatto impazzire e che poi l’ha fatto morire sul campo a poche ore dalla partita contro il Como, il 4 febbraio del 1990. 14 anni dedicati al club. 14 anni vissuti tra la vita e la morte per le frequenti crisi cardiache a cui era sottoposto. Era capace di uscire dall’ospedale per andarsi a vedere la partita. Una crisi dietro l’altra, senza soluzione di continuità. Disobbediente soltanto ai medici, non al suo Parma, che seguiva e curava in ogni minimo dettaglio.

Non dimenticherò mai come fui trattato dopo un brutto infortunio. Come un figlio, con un’umanità straordinaria, vera e non di facciata. Si mise a disposizione in tutto. Da subito, con affetto sincero. Ero in prestito dalla Roma, in quel Parma bello, fugace e folle di Zeman, ma per lui era come se fossi da quelle parti da sempre, come se fossi cresciuto nel Parma. Per Ceresini bastava soltanto vestirla quella maglia. Non era più che sufficiente, era tutto. Ecco, perché oggi, nel ritorno del Parma in B, ho voluto ricordare Ceresini, il Lenzini, il Viola o il Moratti del Parma. Alcuni paragoni, perfetti per descrivere quel che è stato per questa società. Il Parma nel cuore. In quel cuore malato che lo ha martoriato, ma che non gli ha impedito di farsi amare come nessun’altro. Ceresini è ancora un riferimento da tenere presente. In un calcio che è cambiato, il suo senso di appartenenza è stato unico. Andate a Parma. Chiedete di lui. Vi risponderanno così: è stato il migliore, il nostro Presidente, il Presidentissimo. Per poco tempo, anche il mio.