Stefano Impallomeni

Non solo Icardi, ma anche Massimo Moratti benedice la scelta. Una scelta di buon senso. Stefano Pioli era il meglio che potesse capitare. Italiano, buon allenatore, già pronto per il nostro campionato. Niente Marcelino e niente Zola, che si era infilato nel casting più caotico e discusso mai visto negli ultimi tempi. I metodi della dirigenza cinese, non c’è che dire, hanno catalizzato l’attenzione. Un fatto inedito dalle nostre parti. Incontri alla luce del sole con i candidati invitati a scaglioni negli alberghi di Milano. E valutazioni individuali in base a chissà quali criteri. Di allenatori ufficialmente ne sono stati avvistati tre, altri forse sono stati contattati in modi differenti. Al di là delle spettacolari convocazioni, resta la scelta. Pioli ha battuto la concorrenza: va a lui la panchina più bollente d’Italia. Al momento nessun tapiro all’orizzonte e parecchie grane da risolvere. L’ex allenatore della Lazio è un tipo serio, un giovane vecchio, un conservatore che strizza l’occhio al progressismo e con l’esperienza di Roma alle spalle che certifica una scorza resistente alle fatiche, e che lascia buone speranze tra i tifosi per il prossimo futuro.

Frank De Boer durante Sampdoria-Inter

Frank De Boer durante Sampdoria-Inter

Stefano Pioli: scorza dura, capacità umane e gioco

Per quanto riguarda il gioco non c’è male. Pioli sa il fatto suo. Può oscillare tra le vecchie minestre, ammantate da 4-2-3-1, e poderosi 4-3-3, tecnici e ambiziosi. Dipende da come girerà, dall’avversario e da chi avrà a disposizione. Il derby del 20 novembre capita a pennello. Il classico battesimo di fuoco. Se lo supera, si porta mezza Milano dalla sua parte. Non sarebbe poco come inizio. Battere il Milan per fare 20 punti, il giorno 20. Si gioca un po’ con i numeri, ma Pioli parte con un handicap mica da ridere. È già condannato dall’aritmetica e vivrà in una centrifuga non indifferente. La sua sarà subito una strada in salita. All’Inter hanno oltrepassato il limite della pazienza non soltanto i tifosi. Dai giocatori alla società non ne possono più. Ci sono colpe collettive e difficilmente quantificabili. C’è chi se la prende con la squadra, chi con i cinesi, chi con la coppia Ausilio-Zanetti. Il caos è senza soluzione di continuità, ma probabilmente nessuno davvero vuole questa situazione e nessuno sa l’origine dei mali. Il mistero è dentro e fuori. C’è un senso di vuoto conoscitivo generale. L’aver considerato la rosa nerazzurra tra le più forti della serie A, forse, è stato il primo grande errore commesso. L’errore di tutti, anche il nostro. Ogni anno diciamo che l’Inter sarà protagonista, ma non si fa mai giorno ed anzi è sempre più notte fonda. Una cosa è collezionare nomi altisonanti, un’altra è creare una squadra competitiva. L’Inter, semplicemente, sta pagando con gli interessi anni balordi, litigiosi, abbastanza confusi e anche i cinesi adesso hanno conosciuto un mondo che avevano vagamente immaginato. Un mondo che devono capire in fretta, se non vogliono ripetere gli errori del passato. Il calcio non è solo un algoritmo, un conto, un costo, un’entrata, un’uscita, un business da sviluppare. È molto altro. È un fantastico mondo a parte. E un gioco, dove conta un’abilità innata, non del tutto insegnata, ma scoperta e coltivata sul campo.

Guardiola, Mourinho e Ibrahimovic durante Barcellona-Inter

Guardiola, Mourinho e Ibrahimovic durante Barcellona-Inter

RICORDANDO MOURINHO
Dopo Mourinho e il Triplete, l’Inter non è riuscita più a riconoscersi. È finita su quel traguardo. Esausta e felice. Non ha saputo ripetersi, replicando quelle scosse emozionali. Mourinho, l’ultimo condottiero rimpianto. Poi altri, fino a Mancini che ci ha provato, ma che è uscito frantumato da un club che non ne aveva più. Ora i soldi dei cinesi, anche se serve vivere il presente con determinazione senza immaginare il futuro (Simeone?). Ad Appiano Gentile non serve un alchimista, ma uno normale che abbia però pieni poteri e al quale va data una fiducia incondizionata. Pioli non è Mourinho, non un grande comunicatore, non è un vincente nato come Mancini, non è uno Young Pope, in vena di rivoluzioni, ma se capirà di rischiare oltre il lecito forse ne trarrà beneficio, si guadagnerà rispetto e consenso. In un posto così, dove le logiche apparentemente sfuggono, ci vogliono coraggio e personalità. Pioli, più che assemblare, dovrà scuotere, conquistare le diffidenze, arroccare il suo stile. La preparazione quando “siedi” nerazzurro è molto relativa, quasi periferica. Serve cementare subito un modo di fare e di pensare. Fare le cose semplici, mettere gli uomini forti al posto giusto. Definire i titolari e le riserve come nel calcio di una volta. Altro che rotazioni. Faccia delle scelte chiare, poi verrà il resto e probabilmente nascerà una squadra. Icardi si è sbilanciato votandolo. Natale è alle porte, ha detto l’argentino. Non c’è molto tempo da perdere. E allora che gli dia il benvenuto, la sua benedizione e quella della squadra. Da capitano vero. Non poco, ma abbastanza per uscire dalla crisi. Tutti insieme.