Massimo Piscedda

Se solo la metà di quello che dico in teoria si tramutasse in pratica, sarei probabilmente un grande fisico.

Albert Einstein lo dichiarò in una intervista. Cito questa frase perché la riporto nel mondo del calcio per analizzare come sono cambiati gli allenatori e il loro modo di usare la terminologia. Ormai tutto è teorico, si gioca alla lavagna, dimenticandosi che lì non perde nessuno, si usano termini che invece di semplificare il messaggio lo rende più difficile, più accademico, come se lo spostamento di un birillo fosse decisivo nella giocata. Il calcio è una materia che si può studiare, ma la capisci solo dentro un rettangolo di giuoco con 22 calciatori, i quali con il loro talento debbono cambiare idea in ogni situazione. Che non può essere predefinita.

La fase di non possesso è molto semplice da insegnare e questo alla lavagna lo puoi fare, ma per insegnare l’altra fase devi partire da un presupposto fondamentale che è quello di dare ampia scelta al giocatore che attacca, senza snaturare le sue caratteristiche solo perché qualcuno ha detto che si attacca in undici e ci si difende in altrettanti. Tutti devono correre e questa è la priorità, ma lo devono fare in funzione delle proprie caratteristiche. Alcuni allenatori credono che il proprio ruolo sia fondamentale per la riuscita della propria squadra. Può essere vero, ma sempre in una percentuale minima. Un allenatore conta un venti per cento, ma in quella percentuale deve dare il cento per cento. Se in questa situazione allena calciatori intelligenti e bravi diventerà il punto di riferimento.

Sono sempre dell’avviso che noi allenatori siamo tutti dei bravi, bravissimi nozionisti. Ma poi l’uomo fa sempre la differenza.