Stefano Impallomeni

Meglio ricordarselo in campo, quando sapeva regalare eleganza, tecnica e gol incredibili, come quello segnato con l’Olanda nella finale contro l’Urss nel 1988. Indimenticabile. Un colpo al volo di destro, da posizione impossibile, che resta negli annali, un pezzo di bravura unico e magnifico. L’Olanda, campione d’Europa in Germania, che si identifica in quel gesto. Marco Van Basten passa alla storia, sfiorando il valore di Cruyff e mettendo in calce la sua firma in un trionfo “orange” strepitoso in ogni forma di espressione. Van Basten rappresenta un’era, fuoriclasse puro, bello a vedersi e altrettanto micidiale nella sostanza. Emblema del cambiamento di un ruolo. Il centravanti, grazie a lui, non è stato soltanto un’immagine di sfondamento, una conseguenza di un mestiere, di un ammasso di reti rimediate in un’area di rigore affollata. Van Basten ha creato una differenza, ispirato buoni epigoni, aprendo orizzonti e spazi nuovi. Ha dilatato virtuosamente il talento per segnare. I suoi gol sono arrivati da ogni distanza. Belli, brutti, ma costantemente ragionati, cercati e costruiti in maniera diversa. In modo collettivo e non soltanto individuale. Van Basten è stato un eccezionale distributore di gioco, un eccellente doppio regista, sapendo fondere un ruolo in due. Il 9 e il 10, insieme. Reti e fantasia al potere.

Van Basten come consulente Fifa ha già fallito

Fuori dal campo, però, non è stato così efficace e pieno di genio. Da calciatore sublime ad allenatore normale, forse poco affamato, frenato inconsapevolmente dalla gloria del passato, difficilmente replicabile. Ha faticato a mostrare un’altra faccia, non riuscendo a marcare un’idea degna di nota. Il suo calcio dalla panchina, insomma, la sbiadita copia di quello che praticava. Pochi sussulti e poche richieste da parte dei club. Tranne il mondo Ajax, un grigiore inatteso ma terribilmente vero. Una guida non mediocre, ma neanche mai compiuta, forse perché ancora davvero incompleta nelle nuove esperienze. Gianni Infantino, il presidente della Fifa e fautore/realizzatore del Mondiale 2026 a 48 squadre, l’ha voluto con sé, consegnandogli una delega all’innovazione tecnologica. E le nuove proposte da parte dell’olandese, per cambiare il calcio, hanno già fatto discutere e hanno soprattutto deluso. I social media lo hanno bocciato, nessuno lo ha sostenuto, me compreso. Proposte molte e confuse, alcune delle quali inaccettabili. La possibile reintroduzione degli shoot out, invenzione americana, al posto dei calci di rigori è semplicemente ridicola. Come è altresì discutibile l’ipotetico “taglio” del “fuorigioco”, senza il quale si sdoganerebbe una selvaggia caccia alla furbata più veloce con l’obiettivo di creare più confusione che altro. Altro che calcio moderno. Sarebbe un salto nel buio, una sorta di calcio fiorentino, senza calci e botte da urlo. Un casino planetario, una deformazione della regola sovrana, “ equilibratrice”, di un sistema che sul piano regolamentare sta producendo obbrobri e sperimentazioni sempre più complesse.

van basten gullit

Marco van Basten con Ruud Gullit

NON BASTAVA LA VAR: CI SI E’ MESSO ANCHE VAN BASTEN
Non bastava la Var, volgarmente definita la moviola in campo, a turbare le coscienze di progressisti e, in particolare, dei conservatori. Il calcio non ha più pace. Si cercano per forza cambiamenti anche quando non necessari e neanche tanto richiesti. Sarei dell’avviso di conservare ancora qualcosa e qualcuno. Regole e figure. L’errore dell’uomo, alcune norme immanenti e il gusto di seguire uno spettacolo nel modo più semplice possibile dovrebbero restare capisaldi imprescindibili. Il Cigno di Utrecht, stavolta, non ha prodotto effetti speciali come quando giocava. L’olandese non ha convinto neanche se stesso, facendo la parte del brutto anatroccolo. O, forse, ha ripetuto male, e a pappagallo, una parte che non è del tutto sua.