Stefano Impallomeni

Niente più fascino e poco spettacolo. In Italia si va avanti a colpi di monologhi. A colpi esattamente di  bianco e di nero. La Juve domina, divora la scena, gli altri si ritrovano in una lotta più o meno aristocratica, a caccia di un prestigio di seconda mano. In coda Palermo, Pescara e Crotone annusano le ceneri dell’inferno. Il resto è un purgatorio bloccato, già definito. Siamo alle domande di rito, ci interroghiamo su quale sia la via migliore per avviare una fuga virtuosa verso un interesse più o meno perduto. La Serie A è ancora viva, ma la noia di fatti scontati non  genera mai una notizia. E allora qual è l’antidoto, l’elisir che può ridare smalto a un prodotto vecchio e ripetitivo nella sostanza e nella forma?

Si parla di riforme ma nessuno vuole cambiare

Nessuno ha la presunzione di avere la formula esatta, la conoscenza che potrebbe stravolgere un mondo, ridargli più credibilità e renderlo più bello e meno litigioso. Dalle nostre parti, su quest’ultimo aspetto, siamo i numeri uno al mondo. Chi alza la voce ha buone probabilità di successo, indipendentemente dai programmi che sbandiera. È la solita solfa di interessi non del tutto manifesti che disgrega e non compone il puzzle delle presunte buone intenzioni. Si parla di riforme, ma nessuno ha la volontà di cambiare non  tanto il corso della storia quanto quello della noia. Ognuno si arrocca nel  ruolo che rappresenta. Il Presidente della Federcalcio Tavecchio non lascia speranze:  il campionato a 18 squadre è un’utopia,  soprattutto perché la Lega non dà segnali di fumo. Poca disponibilità economica per cercare veramente di svoltare. Due poli opposti, insomma, mai così lontani e mai così vicini. Il problema è però sotto gli occhi di tutti. Occorre controriformare un atteggiamento più che avanzare soluzioni, che a quanto sembra paiono essere già difficili da perseguire. La controriforma per centrare la riforma vera e propria. La strada iniziale potrebbe essere quella di ridiscutere un insieme di regole e di paletti non più flessibili. Cominciando da criteri fondamentali, presupposti essenziali senza i quali non sarebbe possibile più competere nel campionato migliore.

1) Senza Stadio,  dirigenza seria, vivaio e incassi non si sta in serie A.

2) I fattori non sono soltanto quelli legati alla crescita e alla sostenibilità del prodotto ma soprattutto quelli legati alla qualità.

In Italia, prima di stravolgere, è d’obbligo ripensare un management. Il Sassuolo docet, risultati a parte. I calciatori forti torneranno soltanto se il modello sarà nuovamente credibile, quando qualcuno non avvertirà più un senso precario della competitività. Viviamo di un mercato derivato, di pagherò, di diritti di riscatto che assomigliano a saldi fuori stagione. È  oggettivamente impensabile tenere i ritmi dei maggiori campionati europei, con Premier League in testa. Altri mondi, altri soldi e altra spartizione dei diritti tv. In Gran Bretagna c’è un’equa distribuzione degli introiti tra club blasonati e non. Non si trasmettono mai tutte le partite. Si scelgono le migliori. Gli spettatori e i tifosi vanno allo stadio anche per questo motivo e non solo perché gli stadi sono di proprietà e pieni di confort. Si dovrebbero incoraggiare gli imprenditori stranieri, quelli seri. I cinesi ci stanno provando, gli americani di Roma e Bologna anche. Vedremo se saranno all’altezza, ma apriamo al rischio più o meno calcolato.  La burocrazia e specialmente la gerontocrazia dovrebbero pian piano affievolirsi. La dimensione sportiva, l’economia di utilizzo e la produzione delle risorse sarebbero buoni capisaldi da cui ripartire. È il tempo di farlo. In attesa di rivoluzioni copernicane. Di una riforma del campionato a 18 squadre, che da appassionato appoggio.