Oliviero Beha

Giovedì apparentemente la Roma ha vinto in casa e meritava certamente il passaggio del turno. E’ stata sfortunata, le cose dovevano andare in un’altro modo. Quindi la vox populi si concentra sull’analisi che la qualificazione sia andata persa all’andata per i quattro gol subiti. Adesso si tratta di spiegare quello “apparentemente” di cui sopra.

Pallotta, rapporti tesi con la tifoseria

Cominciamo appunto col dire che non ha fatto male la squadra in campo, all’Olimpico. Che non ha fatto male Spalletti in panchina che pur ha da rimproverarsi errori forse marchiani a Lione. Che ha fatto addirittura benissimo il pubblico ritornando a semiaffollare l’Olimpico e sostenendo i giocatori per tutta a partita. Allora chi ha perso in casa? La società. Il presidente italoamericano che non va allo stadio “perché ha qualche linea di febbre”, precipitandosi il giorno dopo a discutere il nuovo impianto che gli preme assai di più (il che è logico e spiegabile ma ritraccia un solco con la tifoseria facendo capire definitivamente e in un momento topico quali siano le sue priorità). Voglio dire – per fare un discorso più semplice ancora – che non è lo stadio che fa il club e quindi i successi della squadra ma è il club che organizzato a modo fa i successi della squadra più è meglio se con lo stadio di proprietà. Giovedì insomma ci fosse stata la Juventus al posto della Roma avrebbe sicuramente passato il turno. Non perché è più forte della Roma anche se lo è, non perché giochi nello Juventus Stadium anche se ambientalmente esso conta molto, ma perché la società torinese ha tutt’altra linearità, efficienza, conseguenzialità – eviterei l’ironia sui rapporti con gli ultras e la ndrangheta… –.

Andrea Agnelli, presidente della Juve.

Chiunque abbia giocato a calcio seriamente o abbia frequentato direttamente questo ambiente capisce al volo ciò che voglio dire. Salvo casi opposti ed estremi ma rarissimi (penso alla Lazio di Maestrelli dove società e squadra erano la stessa cosa a colpi di cazzotti, Chinaglia in memoriam, oppure allo straordinario caso degli Europei del ‘92 vinti dai danesi recuperati sulle spiagge per la frantumazione bellica della Jugoslavia), è il clima che si respira in un club che “meteorologicamente” è decisivo anche in campo. Il gol deve farlo Dzeko e non Pallotta, d’accordo, ma conta tutto e Dzeko e gli altri apparentemente impermeabili all’ambiente ne sono invece profondamente permeati. La sicurezza, il coraggio, l’autostima, la nettezza sono sostantivi che sembrano astratti e diventano invece concretissimi anche nel corso di una partita di calcio. Al punto di far pendere le sorti della bravura e della fortuna da una parte o dall’altra. Quindi in conclusione la Roma ha perso scudetti e coppe in questi anni in casa, non in trasferta se per casa intendiamo l’organizzazione della società e tutto l’ambiente che la circonda. Venga lo stadio, venga il mercato, vengano nuovi denari, ma il mio modestissimo parere è che se non cambia l’atteggiamento, tutto rimarrà un gigantesco alibi per non vincere nulla, grande come il Colosseo.