Stefano Impallomeni

In un minuto la Roma non perde soltanto la partita, capovolgendo le sue virtù, ma si perde molto altro che è molto più importante. Al Ferraris si insabbia quasi tutto. C’è una squadra e poi ne esiste un’altra. E non una sola che gioca a due tempi come nelle precedenti giornate. Si rompe un incantesimo proficuo. Svanisce uno stato d’animo positivo. Si bruciano una buona dose di convinzioni ed entusiasmo. Spariscono equilibrio e intensità. La rimonta subita non è un fatto inedito. Così velocemente però non era mia successo. È un passo indietro nella maturità. Nel parallelo scudetto l’inforcata di Genova non sentenzia alcunché, sebbene lasci perplessità evidenti.

L’alibi del rigore non concesso serve a poco

Una Samp guizzante e dignitosamente presente raccoglie l’impensabile. L’arbitraggio si può discutere quanto si vuole, ma se la Roma perde non è per colpa di un calcio di rigore evidente non concesso. Il pareggio avrebbe spostato di poco la domenica e le conseguenti analisi. Le recriminazioni non portano mai punti, né li costruiscono in futuro. La Roma doveva vincere e neanche pareggiare. Questa è  la mia considerazione. La Samp non è una squadra arcigna ed è molto inferiore alla Roma. La Samp era un ostacolo da superare cercando di fare più attenzione, misurando con freddezza i momenti di una partita non giocata nel primo tempo e interpretata meglio nella ripresa. Si torna alla trasferta di Torino. Non nella prestazione ma nei gol incassati. Tre gol evitabili, dopo 344 minuti di duro lavoro per non subirli. Imbattibilità sfumata e Juve che allunga ulteriormente, anzi che si riprende quel vantaggio acquisito prima del trauma tecnico di Firenze. Spalletti sembrava aver risolto il problema difensivo. Il reparto teneva, finché Vermaelen ha fatto di tutto per allentarlo. Il belga non giocava da tanto tempo. Poco minutaggio nelle gambe e pochi automatismi con gli altri titolari. La sua presenza ha destabilizzato non tanto per il suo valore quanto per una sua precaria condizione psicofisica. Non è sembrato pronto. Muriel, nell’occasione del pareggio doriano, ha evidenziato e ha messo a nudo tutto il suo disagio, raccontando un punto debole. Può capitare che a volte la scelta non sia felice, non incida come si vorrebbe. Ci sta che un allenatore si aspetti un miglioramento da parte di un suo calciatore. Ma così non è successo.

Vermaelen fa la fine di Gerson a Torino contro la Juve. Tutti si chiedono il perché giochi dall’inizio al posto di Manolas e poi la legge non scritta del calcio ti punisce. Ti consegna una spiegazione molto semplice e popolare. Averlo schierato ha comportato un alto rischio, che alla resa dei conti si è rivelato la  sintesi amara di una partita stramba, non preparata benissimo soprattutto a livello mentale. La “ Macaia” è arrivata all’improvviso, avviluppando una Roma forse troppo sicura di sé, o, forse, troppo approssimativa nelle valutazioni. Spalletti ha provato a dare fiducia a Vermaelen che ha risposto picche. Un po’ come fece Castan con il Verona, lo scorso anno, nel  giorno del suo ritorno sulla panchina giallorossa. Ci si fida, ci si consulta, ci si parla, ma poi la gara ti dice come stanno le cose veramente. L’allenatore prova a recuperare un giocatore, ma quel giocatore non risponde. E a differenza di Castan e di quella Roma insicura e ancora malmessa, Vermaelen ci mette molto del suo, steccando in un’orchestra perfetta, dove equilibri e certezze avevano armonie e tempi consolidati. Vermaelen, che sia ben chiaro, non è assolutamente il colpevole della sconfitta. Ma Vermaelen, semplicemente, non doveva giocare. Genova, quel campo, quell’ambiente, Muriel, non erano per lui. Per recuperarlo sarebbe stato meglio farlo giocare in casa contro una formazione abbordabile. Insomma, in un altro contesto, meno agonistico e con attaccanti  meno veloci. Il resto non è da buttare via.

ROMA: ADESSO NON C’E’ DAVVERO PIU’ TEMPO
Lo scudetto è un saliscendi snervante. Passano le giornate e il distacco resta quello del 17 dicembre, quello dell’1-0 firmato Higuain, considerando i tre punti quasi certi dei bianconeri nel recupero di Crotone dell’8 febbraio. Questa volta la botta ha un’eco più lunga e nervosa. Crea frustrazione perché, nell’emergenza, senza Salah  e Florenzi, si era fatto non tanto, moltissimo. Nulla è perduto, ma la Juve ha più giocatori di qualità e fisicità. Mandzukic alla Perotti sulla fascia che corre come un matto avanti e indietro fa capire parecchio. I campionati si vincono con quella voglia. E stando sempre bene, senza dedicarsi a recuperi di calciatori forti che al momento non sono pronti per reggere ritmi da vertice. Non c’è più tempo per farlo.