Stefano Impallomeni

Un’autentica mazzata. La Roma tradisce sul più bello. Tradisce se stessa, le aspettative, delude un intero ambiente e si butta via nella partita più importante. Il pareggio in Portogallo sembrava l’ipoteca quasi certa per la Champions. Al ritorno, invece, succede l’impensabile. La sfida da controllare si trasforma in uno psico-dramma. E in casa diventa la partita del braccino. Ci si autoelimina. Si sbaglia dall’inizio per un approccio timido, poi a condanna eseguita si gioca con orgoglio e cuore. Il tonfo è pesante, insolitamente goffo. Fa testo, più di ogni altro, il primo tempo con l’Udinese dove i giallorossi avevano cominciato con il freno a mano tirato. Il Porto non è quello di Jackson Martinez e rimedia la qualificazione sfruttando gli errori d’impostazione degli avversari, ottimizza senza difficoltà l’irriconoscibile prestazione della squadra di Spalletti, che non soltanto inizia male ma finisce peggio, come tutti sappiamo, tra follie e mancanza di freddezza. La botta è fragorosa e arriva dritta nella testa di ognuno, perché stavolta la Roma si dimostra un gruppo di giocatori e non una squadra. È come se una forza oscura, una gigantesca manata abbia appiattito, cancellato le sicurezze e le conoscenze acquisite.

La sconfitta con il Porto pialla l’obiettivo numero uno e rischia di minare il cammino prossimo. A Cagliari servirà la prima risposta e la seconda vittoria in campionato. In Europa League, a venire, le altre verifiche. La Roma ha l’obbligo di superare il trauma, perché non è la squadra strampalata vista martedì scorso e forse neanche quella fortissima che molti si immaginavano.

Problemi di personalità e carattere

La valutazione, per quanto mi riguarda, resta la stessa. La Roma è competitiva, ma ha problemi di personalità e di carattere. Deve pensare meglio per crederci di più, per essere maggiormente affidabile. E deve resettare l’anno scorso. La difesa va allenata a fondo. In attacco si crea tanto, ma non moltissimo. Più equilibrio, insomma. Senza fare proclami sensazionalistici: serve un bagno di umiltà tenendo alti i valori espressi. Gli esempi da seguire sono Nainggolan e Strootman: si gioca così, si combatte così, ci si comporta così. Non è un caso che proprio loro siano stati i migliori. La Roma non può permettersi di ragionare alla “Juventus”, perché non ha ancora vinto e deve scoprire come si fa. Non basta arrivare secondi o terzi per sentirsi forti. Deve costruirsi un’identità precisa, un’identità nuova e mai raggiunta.

E allora, la Roma come può ritrovarsi e ripartire? I Peres e gli Juan Jesus, a questi livelli, non possono non capire quando coprire e attaccare. Il concetto di squadra prima di tutto, prima delle scelte e dei moduli. Si va insieme e non per conto proprio. Parades ha bisogno di essere guidato, di crescere in partite più idonee al suo valore. Non può sobbarcarsi il peso di un centrocampo importante in una sfida importante. De Rossi nella difesa a 4 è un messaggio debole inviato alla squadra. Fazio, che nella vita fa il difensore centrale (vedi anche Juan Jesus) e sta a guardare, non capisce a cosa serve. Emerson Palmieri è più un esterno alto che basso, con tutti i possibili miglioramenti del caso. Dzeko galleggia nei soliti dilemmi. Salah è intermittente. Totti, se lo si considera ancora un calciatore, non può essere ignorato in una parte finale di una partita di Champions. Iturbe si sente un precario perenne ed è alla ricerca più di sé stesso che del tempo perduto. Szczesny o Alisson: è arrivato il momento delle scelte definitive. Le prove difficili le vinci con la testa e meno con il cuore. Bisogna guardarsi allo specchio per scorgere più i difetti che i pregi.

Il lavoro per diventare una squadra davvero vincente è ancora lungo. Si può fare, ma serve uno sforzo collettivo, una presa di coscienza individuale sostanziale. La debacle con il Porto deve essere una lezione generale, un primo capitolo d’insegnamento da cui ripartire. Se si ripartirà con convinzione, si supererà il clamoroso passaggio a vuoto. Le vittorie in serie dovranno essere obbligatorie. Serviranno, come dice Spalletti, mesi importanti. Più costanza che rimonte suggestive. La Roma deve abituarsi a vincere, quasi sempre. È il destino che si è scelta. A Cagliari il primo test per saperne di più.