Stefano Impallomeni

Sarri ha vinto la panchina d’oro. Ha vinto, e non stravinto, di 3 voti su Allegri. Il suo riconoscimento ha lasciato poche perplessità e molti consensi. I commenti, a dir la verità, sono stati perlopiù favorevoli. Sarri è stato premiato per il suo modo di allenare, per la sua capacità di sviluppare un buon calcio e non tanto per un titolo vinto sul campo, solitamente condizione necessaria per impreziosire una bacheca, che a quanto pare non sembra così densa di storia.

Sarri, un maestro non ancora completo

La carriera di Sarri è stata una salita costante, tra sacrifici, passione e rapporti tesi. Ma anche una carriera in cui l’amicizia e altri valori hanno avuto un peso specifico non indifferente. L’allenatore del Napoli si gode il suo momento dopo una vita in provincia tra buone cose, dimissioni, esoneri e lavori soddisfacenti. Una vita professionale intensa, ma mai segnata da vittorie storiche. L’ultima esperienza ad Empoli è stata la molla per il paradiso. Per il trasferimento al Napoli, nel calcio elitario. Neanche lì ad Empoli ha vinto, ma ha convinto grazie a un buon calcio. Un buon calcio, non eccezionale, e neanche tanto rivoluzionario. Sarri è per certi versi indefinibile. Ha delle parentele culturali con Sacchi, ma conserva i vuoti di un allenatore sano di provincia. L’equilibrio delle sue squadre dipende dal suo umore e da una probabile contraddizione. Sarri appare, ai più, modesto. Sempre con la tuta e senza cravatta. Ma dentro di sé è forse altro, perché in fondo nella testa si sente più uno scienziato che un operaio. Le sue squadre giocano un calcio arioso, bello a vedersi, ma sistemico. Se la condizione atletica, l’entusiasmo tengono, lo spettacolo è garantito. Altrimenti no. Appena scende il livello di intensità del gioco, sono dolori veri con il suo calcio che raggiunge fragilità impensabili, a tratti imbarazzanti. Sarri è un maestro bravo e non ancora completo. Insegna una parte, ne tralascia altre. Consolida il calcio sulle palle inattive, sfrutta la profondità del campo, ma nella gestione dei calciatori importanti non ha ancora la freddezza nelle scelte. Nel capire subito chi può fargli svoltare un campionato, un pezzo di cammino importante. Sarri è bravo ad allenare 13-14 calciatori, non 22 o 23. Senza dimenticare le fissazioni filosofiche. Una tattica non ha mai davvero battuto un valore complessivo di giocatori forti e di talento.


SARRI: NON ANCORA ALL’ALTEZZA DI ALLEGRI
La tattica serve, per carità, ma servono più i giocatori che fanno la differenza. Quest’anno, all’inizio, pensava che Mertens centravanti fosse un azzardo. Ci credeva, sì, ma senza la convinzione necessaria. Il Napoli di calciatori forti ne ha tanti, ma è terzo dietro a una Roma organicamente inferiore nelle alternative. Sarri, insomma, è indubitabilmente capace, ma non ancora un allenatore super. Allena bene, ma non gestisce altrettanto bene. Allegri in questo gli è superiore e pure di tanto. Sarri, alla soglia dei 60 anni, è sulla buona strada per diventare un grande allenatore. La guida del Napoli, quando forse comprenderà che il successo è una conseguenza e non un obiettivo, riuscirà anche lui a vincere qualcosa. Magari un campionato e una Coppa Italia, come lo scorso anno ha fatto la Juventus di Massimiliano Allegri. Glielo auguriamo, De Laurentiis permettendo.